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Omero
Odissea - Vol. 3 - Libri IX-XII
Mondadori
- Collana: Scrittori Greci e Latini (Fond. L. Valla) - Serie: Opere di Omero
Pagine XXIV-352 - Formato 13x20 - Anno 1983 - ISBN 9788804226673
Argomenti: Classici greci e latini, Poema, Poesia
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Prezzo di copertina € 30.00
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Note: A cura di Alfred Heubeck - Traduzione di G. Aurelio Privitera
Caratteristiche:
rilegato, con sovraccoperta, testo greco a fronte
Note di Copertina
"Sarà sempre Odissea" intitolava Italo Calvino, nel 1981, l'articolo in cui presentava al pubblico il primo volume dell'edizione Valla/Mondadori. Il poema del "ritorno" di Odissee costituisce l'archetipo del moderno romanzo d'avventure e la matrice di ogni teoria del racconto. L'Odissea è il libro al quale l'Occidente ha affidato il senso più profondo della ricerca, del viaggio, della fantasia, del sogno, dell'ironia, della maschera, dell'infinita capacità di metamorfosi. E il protagonista, Odisseo/Ulisse, è una figura modernamente ambigua,
cangiante, "multiforme", ingegnosa, mobile come la realtà. Mediatore tra il mondo degli dei olimpici e la sfera della razionalità umana, egli esprime nell'inesauribile tensione verso la conoscenza intellettuale una sete di esperienza che non può mai placarsi.
A sei famosi omeristi è qui affidata una nuova interpretazione scientifica del poema: i loro commenti riflettono gli studi specialistici più avanzati. Unico è il traduttore (e coordinatore) italiano, Giuseppe Aurelio Privitera, ordinario di letteratura greca all'Università di Perugia.
Il terzo volume dell''Odissea, introdotto e commentato da Alfred Heubeck e tradotto da G. A. Privitera, comprende i libri IX-XII, forse i più famosi, quelli che i pittori e i ceramisti dell'antichità rappresentarono insaziabilmente. Ulisse lascia il mondo eroico per penetrare nel dominio della favola, tra esseri demoniaci, giganti, dee-streghe, mostri marini e prodigi, e in pari tempo abbandona lo spazio geografico: la tempesta che lo trascina per nove giorni lo fa giungere dove si perdono le direzioni e non si distingue più tra l'occidente e l'aurora. Così conosciamo i Ciclopi, nella terra in cui lo stesso mondo idillico e mitico dei Feaci, rovesciato, diviene selvaggio e bestiale. Incontriamo Circe, questa sorella di Ermete e di Ulisse: demoniaca e soccorrevole, minacciosa e protettiva, ingannevole e sincera, avida e pronta alla rinuncia, distante e calda; e per un anno intero Ulisse, sopraffatto dalla magia e dall'eros, dimentica ogni progetto di ritorno. Giungiamo ai confini della vita: Ulisse fa parlare i morti come un negromante o uno sciamano; viene attratto dalla poesia stregonesca delle Sirene e soccombe all'ultima isola mitica, quella del Sole. Questo lungo viaggio nell'oltre è il più straordinario tentativo dell'uomo d'Occidente per razionalizzarlo, renderlo reale e quotidiano, epicizzarlo ma lasciargli il suo orrore. Ulisse racconta ai Feaci, e a noi tutti, i più incantevoli particolari concreti: gli agnelli e i capretti di Polifemo, i vasi pieni di siero, il fumo che sale tra le macchie dalla casa di Circe, il cervo che scende al fiume per abbeverarsi, il fico cresciuto sulla roccia di Cariddi. Incanto, con arte infinitamente sottile, il poeta ci anticipa le vicende che il suo poema non racconterà : l'ultimo viaggio di Ulisse, la sua morte di vecchiaia. Così, come tutti i grandi libri, l'Odissea rivela di essere solo la sezione di un poema infinito.
Indice - Sommario
Introduzione ai Libri IX-XII
Bibliografia generale
TESTO E TRADUZIONE
Sigla
Libro nono
Libro decimo
Libro undicesimo
Libro dodicesimo
COMMENTO
Libro nono
Libro decimo
Libro undicesimo
Libro dodicesimo
Prefazione / Introduzione
Dall'introduzione ai Libri IX-XII
Nei libri IX-XII Odisseo racconta ai Feaci i vagabondaggi e le avventure che ha dovuto affrontare dalla partenza da Troia sino all'arrivo in Scheria. Si è sempre sottolineato con ammirazione come il poeta, grazie a questo artificio redazionale, abbia saputo imprimere tensione allo svolgimento del poema. Attraverso il racconto in prima persona, le vicende di molti anni vengono recuperate e inserite negli avvenimenti epici, la cui cornice temporale può essere ormai strettamente circoscritta ai quaranta giorni che intercorrono fra l'assemblea degli dei sull'Olimpo (I) e la vendetta sui Proci (XXII). Non si può dimenticare quanto, in questa strutturazione dell'opera, abbia agito il modello dell'Iliade: anche il poeta dell'epos più antico, che noi possiamo chiamare Omero, si limita alla rappresentazione di un periodo relativamente breve della guerra decennale, ma in modo tale che i cinquanta giorni dell'Iliade, dei quali d'altro canto solo quattro o cinque hanno realmente colore e rilievo, delineino un quadro complessivo di tutti i fatti avvenuti dinanzi a Troia. Con un simile impianto Omero ha chiaramente proposto una nuova concezione della poesia epica rispetto alla tradizione dei canti eroici orali, che sembra fossero redatti come un epos in cui ogni avvenimento segue e si aggiunge all'altro in ordine cronologico. Il poeta dell'Odissea si è appropriato l'intenzione omerica realizzandola in una forma nuova e non meno personale, corrispondente alla particolarità della sua materia.
Inoltre, facendo raccontare all'eroe in prima persona i suoi vagabondaggi, il poeta conferisce all'opera una compattezza interna da tutto un altro punto di vista. Al centro dell'epica precedente, anche dell'Iliade, c'era la rappresentazione di un avvenimento eroico ; si trattava di destini eroici, collocati in un'antichità miticamente idealizzata. Ma, con le peregrinazioni che il poeta dell'Odissea fa vivere al suo eroe, quest'ambito viene superato in modo significativo: Odisseo si avventura in un mondo lontano, dove il metro di ciò che è eroico, umano, greco, non può rivendicare alcun valore; egli viene a trovarsi di fronte non già ad eroi, ma ad esseri demoniaci, giganti, streghe e mostri marini. Queste creature vivono nella dimensione della fiaba, dell'irrazionale e del magico, nel mondo della lontananza misteriosa. Con il resoconto diretto delle avventure favolose di Odisseo, il poeta avrebbe senz'altro forzato il genere epico e pregiudicato l'equilibrio interno dell'opera. Invece col racconto in prima persona presso i Feaci che, soli fra tutte le figure favolose, il poeta ha posto nello spazio di un bumanum idealizzato spogliandoli di quasi tutti i tratti irrazionali, le vicende delle peregrinazioni assurgono a un piano più elevato e vengono integrate nella generale narrazione epica. W. Suerbaum ha mostrato come il poeta abbia saputo brillantemente " organizzare i materiali desunti da due mondi del tutto differenti (l'eroico e il fiabesco) su due corrispondenti livelli di narrazione " e come, per conservare l'unità interna della poesia, abbia integrato la tecnica narrativa in prima persona a quella in terza persona.
Alla peculiarità del soggetto dei racconti di Odisseo si riconnette un altro problema. Nelle sue peregrinazioni l'eroe affronta esseri che in qualche modo si contrappongono - come estranei o nemici -ad ogni essere umano, sono talora rappresentati come negazione dell'umano e collocati in una sfera a ciò corrispondente, la quale non solo si estende al di là del mondo reale dell'esperienza assegnato agli eroi dai poeti, ma presenta anche internamente una diversa struttura : insomma, nel mondo della fantasia (Germain : "monde imaginaire"). Questo mondo e i luoghi che lo caratterizzano non si possono trovare su nessuna carta geografica, ben diversamente, per esempio, dalle tappe del vagabondaggio di Menelao nel Mediterraneo (IV 81-9 e passim). Essi stanno da qualche parte e da nessuna parte, in un'irraggiungibile lontananza: dopo la tempesta a Capo Malca (IX 80-1), Odisseo supera un confine fondamentale, non valicabile da comuni mortali, che corre fra il mondo reale e quello irreale; confine che egli può varcare anche nella direzione opposta, tornando nel reale, solo con l'aiuto dei Feaci simili agli dei. È pur vero che in questo regno dell'immaginario, cinto dall'eterna corrente dell'Oceano che circonda anche il reale mondo degli uomini, valgono le familiari categorie dei punti cardinali e delle direzioni del vento : anche lì vi sono terre e isole, monti e fiumi, antri, case e città. Quanto sia però strana e inconciliabile con la nostra geografia la situazione lì presupposta, basta a chiarirlo il fatto che il navigatore del mare favoloso può giungere dall'estremo oriente al più lontano occidente senza l'impedimento dei continenti.
In queste circostanze è impresa vana, perché basata su premesse inadeguate, cercare sulla carta geografica le " stazioni " del peregrinare di Odisseo. Questo gioco è cominciato già nell'antichità: la prima testimonianza è nella Teogonia di Esiodo, nella quale (vv. 1011-6) come figli di Odisseo e di Circe sono nominati gli eroi Agrio e Latino, sovrani dei lontani Tirreni. Evidentemente già nel VII secolo si supponeva che l'isola di Circe fosse da localizzare in qualche zona dell'Italia centrale (quest'idea si è conservata anche più tardi: comm. a X 13 5-9), e certamente già allora non ci si accontentava soltanto di rintracciare Eea. Il racconto delle peregrinazioni di Odisseo offerto dall' Odissea sembra dunque aver subito un destino simile a quello dell'epos preomerico degli Argonauti, risalente alI'VIII secolo, che aveva fatto viaggiare Giasone e la sua schiera in un oriente mitico e immaginario: forse già nel VII secolo si tentò di fissare geograficamente anche l'itinerario della nave Argo fra l'Ellesponto e la Colchide a est del Mar Nero. L'infruttuosità di tutti questi sforzi, che sono proseguiti sin nell'età moderna (Eratostene li criticava con pungente sarcasmo: cfr. Strabene, I 2,12-4), trova espressione visibile nel fatto che, riguardo alle singole localizzazioni e ancor più riguardo alla ricostruzione dell'intero itinerario, non si è raggiunto nessun effettivo accordo.