Home Novità Editori Ricerca Carrello

Condizioni ] Ospiti ] Promozioni ] Ricarica ]


Ricerca veloce

 

Home
Novità principali
Altre Novità A-L
Altre Novità M-Z
Editori
Ricerca
Carrello

Condizioni
Ospiti
Promozioni
Ricarica

Fino al 30/9/2010 promozione del 15% sul catalogo di Mondadori

Aristofane

Donne dell'assemblea (Le)

Mondadori - Collana: Scrittori Greci e Latini (Fond. L. Valla) - Serie: Opere di Aristofane

Pagine LXX-322 - Formato 13x20 - Anno 1989 - ISBN 9788804322009
Argomenti: Classici greci e latini, Teatro, Commedia
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi

 Prezzo di copertina € 30.00

Promozione fino al 30/9/2010 - Prezzo: € 25.50
Sconto promozionale 15.00%
- Risparmio € 4.50

 



Note: A cura di Massimo Vetta - Traduzione di Dario Del Corno - edizione aggiornata

Caratteristiche: rilegato, con sovraccoperta, testo greco a fronte

 

Note di Copertina

"Le Donne all'assemblea" (Ecclesiazuse), qui pubblicate col commento scrupolosissimo di Massimo Vetta e l'elegante traduzione di Dario Del Corno, furono rappresentate per la prima e unica volta in un mattino tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 391 a.C. Malgrado la loro verve, non ebbero molto successo. In quegli anni cambiava la polis, e cambiava anche la sua immagine deformata: la commedia. Oggi "Le Donne all'assemblea" ci colpiscono in primo luogo con la loro raffigurazione di Atene. Dove è finita la grande città, la cuna del mondo, abitata da Eschilo e Sofocle, da Socrate e Platone? Atene, la "città puntigliosa come un alveare", di cui parlava Emilio Cecchi: "la città portatile, dove tutto quello che esiste e che serve è lì sotto mano; dove si può dire che tutti si conoscono, se non sono addirittura imparentati; e tutta l'esperienza è esemplificativa, e sta nel giro della viva sensazione". La grande storia è diventata pettegolezzo, chiacchiera da paese: ecco i politicanti, il mercato dei fiori, le donne lascive, e i vecchi ateniesi che vanno in assemblea " con una fiaschetta per bere e pane secco e due cipolle, e magari tre olive". Il grande lirismo aristofanesco è scomparso. Tutto è volgare, realistico, turpe. Con una gioia infantile, Aristofane ama lo stercorario e l'osceno. Quasi tutte le sue metafore hanno una matrice erotica, come se la lingua non fosse altro che sesso: sesso che si dilata, prolifera all'infinito e invade l'universo. La storia delle donne che vanno in assemblea, mascherate da uomini, con le ascelle più irsute di un cespuglio, barbe finte, scarpe pesanti, bastoni; delle donne che conquistano la maggioranza, e impongono alla città un comunismo alimentare ed erotico, - è tra le più divertenti di Aristofane. Come lo spirito sempre rinascente della parodia, innalzato sul passato, sul presente e sul futuro, Aristofane si prende gioco degli uomini, delle donne, del comunismo, e in primo luogo di sé stesso e delle idee che non ha mai posseduto.


 

Indice - Sommario


Introduzione

Indicazioni bibliografiche

Forma della commedia

Nota al testo


TESTO E TRADUZIONE

- Sigla

- Le Donne all'assemblea


COMMENTO

- Appendice metrica

- Addenda


Indice dei nomi

Indice delle cose notevoli

Indice delle parole greche


 

Prefazione / Introduzione

Dall'introduzione

Le Ecclesiazuse furono rappresentate per la prima e unica volta in un mattino tra fine gennaio e febbraio dell'anno 391 a.C. Da gran parte degli Ateniesi che quel giorno sedevano sulle gradinate del teatro di Dioniso lo spettacolo non fu probabilmente accolto con particolare entusiasmo. La didascalia agonale non ci è giunta, ma nessun critico è incline a pensare che la commedia sia risultata vittoriosa in quel festival lenaico. Il sorteggio l'aveva designata ad essere messa in scena come prima di una serie di cinque, e dunque ad essere sostituita, nella memoria del pubblico, dalle commedie rappresentate nei due giorni successivi della festa. E possibile che questo evento sfavorevole abbia giocato il suo ruolo. Se Aristofane, nell'esodo, fa dire al corifeo che teme un esito ingiusto proprio per la collocazione iniziale, è perché in tanti anni di mestiere di scena ne aveva fatto esperienza anche nel destino dei suoi avversati. Ma ebbe certo importanza il confronto diretto con l'opera di quei giovani poeti che avevano incominciato a trasformare il gusto del pubblico. Dopo due guerre, non dovevano essere molti in teatro quelli che avevano conosciuto di persona i trionfi degli Acarnesi e dei Cavalieri, le parabasi orgogliose e ironiche di un tempo, le liriche raffinate del momento migliore della commedia antica. Molti di coloro che, educati al gusto antico, avevano applaudito il memorabile agone fra Eschilo ed Euripide, e avevano visto Dioniso trascinato sulla macchina scenica attraverso la palude stigia, non erano più presenti. Chi ricordava il non remoto successo delle "Rane" sapeva anche che dopo quella commedia, seguita da una vittoria in un agone demotico di Eleusi nel 403, il poeta non aveva più colto l'onore del primato. A partire dal 403 e fino alla rappresentazione delle Ecclesiazuse, il rapporto fra Aristofane e la scena resta per noi quasi del tutto avvolto nel mistero. Fra le "Rane" e "l'Eolosicone secondo" intercorrono diciotto anni, uno spazio di tempo che potrebbe significare ancora un'intera carriera teatrale. Supponendo un ritmo di produttività come quello degli anni giovanili, si dovrebbe pensare alla messa in scena di venti commedie. Non si può certo escludere che Aristofane abbia fatto rappresentare proprio al volgere del secolo alcuni lavori di cronologia imprecisata, ma sicuramente posteriori al 410, come i "Temessi" e "l'Eolosicone primo". Tuttavia, è improbabile che questi drammi siano risultati vincitori di agone. L'unica certezza è che, poco prima o subito dopo le "Ecclesiazuse", fu rappresentata una commedia dal titolo "Le Cicogne" con la quale si riaprì un ciclo di produttività paragonabile a quella del V secolo. Essa fu poi coronata dal successo estremo del "Cocalo", fatto concorrere alle Dionisie del 387 a nome del figlio Ararote.
Fu dunque un periodo di prolungati intervalli. Aristofane osservava un teatro in evoluzione. Da sempre genere fluido, la commedia sperimentava proprio in quegli anni il suo maggiore rinnovamento. Un giorno, uno dei giovani poeti aveva stupito gli spettatori facendo eseguire dal Coro, a partire da un certo momento della rappresentazione, non più un canto legato alla scena, ma una semplice canzone di intermezzo, alla maniera degli interludi inventati da Agatone. Forse, la prima volta ciò fu fatto per parodiare la tragedia in quella innovazione; forse, il commediografo tentò l'esperimento inserendolo proprio in uno di quei travestimenti comici globali di un testo tragico che erano sempre più apprezzati dal gusto del pubblico. Si può supporre che quel riformatore abbia colto la vittoria agonale, segnando una svolta di grandi conseguenze per il teatro comico. La storia della commedia, dalla fine del V secolo fino a Menandro, è anche un percorso di progressivo avvicinamento alla cosiddetta "struttura episodica" della tragedia.
L'esaurimento della politica imperialistica svuotava la scena della sua funzione di specchio di un'affermazione comunitaria, e da un teatro di celebrazione cittadina si passava a poco a poco a un teatro di narrazione oggettiva. Il corale svincolato dall'invenzione scenica scandisce in modo nuovo il tempo drammatico e riassegna i limiti allo spazio teatrale, a vantaggio della finzione e della continuità del racconto. Il fenomeno va di pari passo con l'abbandono della parabasi: com'è abolita l'intromissione della cavea nel luogo degli attori, così è tralasciato il movimento in senso inverso. Si crea una frattura con l'antica storia della commedia; è naturale che, delle due forme drammatiche, quella tragica e quella comica, fosse proprio quest'ultima la più aperta alla sperimentazione. Se cambia la polis, cambia anche la sua immagine deformata, se si accumulano esperienze di governo, mutano anche le visioni utopisti-che della vita associata. All'autoironia della città sicura del proprio assetto politico si sostituisce l'autoironia del genere drammatico che si dichiara superato e cerca forme nuove. Le "Ecclesiazuse" appartengono a quel lungo cammino di graduale sperimentazione che sfocerà nell'equilibrio elegante della commedia di Menandro.
Sebbene il periodo della appaia si possa considerare concluso con le "Rane", i giovani commediografi erano ancora capaci di inventare stupende commedie politiche tradizionali, anche se meno rigide nella forma. Non molto tempo dopo il 405, Archippo era diventato famoso con i "Pesci", con l'apparato fastoso del vecchio Coro animalesco e il consueto tema della guerra ridisegnato nei tratti fiabeschi di un popolo di animali parlanti. Il "Meda" di Teopompo trasfigurava in meccanismi da burla le intricate manovre di politica estera degli anni della guerra di Corinto. L'illusione della felicità primordiale, cara ai contemporanei di Cratete, ritornava nelle "Sirene" di Nicofonte, una commedia che, tuttavia, non fu mai rappresentata alle grandi feste (Ateneo, VI 269 e - 270 a). Vecchio e nuovo si mescolano in forme più o meno riuscite, ma ancora prima del volgere del secolo trovavano accoglienza sempre più favorevole da parte del pubblico quella mascherata mitologica e quella parodia mitico-tragica che, già praticate talora da Gratino (Nemesi, Odissei, ecc.), da Ermippo (La nascita di Atena) e da Aristofane stesso, appaiono ora predominanti nelle scelte di autori come Nicofonte, Nicocare, Teopompo, Aristomene, Strattide e Alceo comico. I testimoni antichi pullulano di titoli che appartengono all'uno o all'altro genere e che spesso si assegnano all'uno o all'altro con difficoltà.


Inizio

 

Sito ottimizzato per una visualizzazione a 1024x768 pixel

Liberweb S.r.l. - Tel. +39 011 403 0358 (LU-ME-VE 09.30-12.30 14.30-17.00 - MA-GI 09.30-12.30)
- Fax +39 011 403 7660 - E-mail info@liberonweb.com  - P.IVA 07981840015