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Fino al 30/9/2010 promozione del 15% sul catalogo di Mondadori

Giacomo Leopardi

Zibaldone

Mondadori - Collana: Meridiani - Serie: Opere di Leopardi

Pagine LXXXVIII-4622 - Formato 11x18 - Anno 1997 - ISBN 9788804407898
Argomenti: Saggistica, Filosofia, Classici italiani
Esaurito - Temporaneamente non disponibile


Note: Edizione commentata e revisione del testo critico a cura di Ronaldo Damiani - 3 Tomi indivisibili

Caratteristiche: rilegato, in cofanetto, con sovraccoperta

 

Note di Copertina

La nuova edizione dello "Zibaldone", curata da Rolando Damiani, presenta il testo critico di Giuseppe Pacella integralmente revisionato con varie e significative correzioni. L'apparato di note è ricchissimo e minuzioso, volto soprattutto a rintracciare le fonti esplicite e implicite di Leopardi. Cospicui anche gli indici: oltre a quelli d'autore e allo schedario leopardiano, compaiono indici filologici e un ampio indice analitico.


 

Indice - Sommario


Introduzione

Cronologia

Notizia sul testo


ZIBALDONE


INDICI LEOPARDIANI

Nota al testo degli Indici leopardiani

Indici parziali

- 1. Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura

- 2. Danno del conoscere la propria età Schedario

Indice del mio Zibaldone di Pensieri

Polizzine richiamate

Polizzine non richiamate


COMMENTO


Premessa bibliografica

Tavola delle abbreviazioni

Tavola delle edizioni di opere ricorrenti nello Zibaldone

Commento

Bibliografia


INDICI

Indice analitico

Indici filologici

- Greco

- Latino

- Lingue moderne


 

Prefazione / Introduzione

Dall'introduzione di Rolando Damiani

"Lo Zibaldone", "esemplare unico nella nostra letteratura di un pensiero in movimento", è un iperlibro, uno smisu-rato scartafaccio, come lo chiamava l'autore, costruito con tecniche diverse nell'arco di un quindicennio, dall'estate 1817 al dicembre 1832, secondo un progetto di continuo mutato. È un'opera indefinibile, fondata sull'elusione del-le proprie finalità, e su un insormontabile principio di in-compiutezza. Solo per approssimazione, e per aiutare a in-tenderla, possiamo dire che, dopo essere stata all'inizio, per un centinaio di pagine mosse dal gusto della divaga-zione letteraria, un intreccio di annotazioni critiche, atti-nenti ai romantici o ai lirici italiani del Sei-Settecento, di appunti poetici e filosofici mescolati ad altri linguistici e filologici, diviene anche una sorta di diario intellettuale, pur privo dei contenuti sentimentali e psicologici di un journal intime.
Leopardi stesso non sapeva a cosa fosse dedicato il monumento cartaceo che stava erigendo, intuiva, come confidò a Giordani nel gennaio 1821 e ripetè a Colletta nel marzo 1829, che più vite non gli sarebbero bastate a "colo-rire tanti disegni". Sapeva che quelle fitte pagine, scritte talora di corsa come se non avesse "tempo da perdere" necessitavano di una revisione, prima di essere assunte in un ulteriore testo, poiché lo stile poteva "mancarci affatto".
Di volta in volta il voluminoso manoscritto sembrava indirizzato a una mira concreta. Quando Leopardi era an-cora in grado di maneggiarlo con una certa padronanza, concepì l'idea di depositarvi i materiali di un trattatello "Delle cinque lingue meridionali", inviabile forse al premio promosso dalla Crusca per un'opera apparsa entro il 1823, in cui fossero esaminate alcune questioni della lin-gua, elencate in nove punti?
Linguistica, filologia e filosofia, allacciate dall'assioma caro agli ideologi secondo cui la storia delle lingue è la stessa della mente umana, gli appaiono già prima del 1821 le coordinate, che stabilivano per sommi capi la materia zibaldoniana. In tali ambiti aveva solidificato varie particelle afori-stiche in una "teoria", come quella del piacere, delineata tra il 12 e il 23 luglio 1820, o quella dei verbi continuativi, ab-bozzata nei giorni a cavallo tra il maggio e il giugno 1821.
A un certo punto, dopo il soggiorno a Milano e l'avvio della collaborazione con Antonio Fortunato Stella, egli ri-terrà possibile di ricavare dal gonfio fodero di cartone mo-strato allo stampatore, in cui teneva sparsi centinaia di mezzi fogli piegati in due e diligentemente numerati a pagi-ne, un "dizionario filosofico e filologico", sul tipo del cele-bre modello voltairiano; ma nel settembre 1826 già dispe-rava di riuscire a realizzare quel progetto, appena dopo averlo enunciato. I materiali erano pronti solo per modo di dire, poiché si trovavano in verità disseminati senz'ordine, e per estrarre "quelli che appartenessero a un dato articolo" bisognava rileggere un monte di carte, trascrivere i pensieri opportuni, disporli e sistemarli. Quasi pentito della sua proposta, Leopardi un po' mentiva a Stella, affermando che le sue annotazioni erano redatte alla svelta, con parole e frasi intelligibili a lui solo.
Lo stato del manoscritto, che l'autore prese con sé negli spostamenti fuori di Recanati e in ultimo lasciò tra i pochi averi rimasti nelle mani di Ranieri, merita subito una con-siderazione preliminare. Tutti gli editori, sino ai due più recenti, si sono chiesti come mai manchi pressoché ogni traccia delle minute zibaldoniane. La circostanza sorpren-de soprattutto nel caso di uno scrittore abituato a conser-vare con cura i segni del proprio percorso, le cose che pure guardava con distacco.
La lindezza dell'autografo, assicurata dalla calligrafia leopardiana, fa dubitare specie nei ragionamenti più impegnativi che essa sia stata ottenuta d'acchito. Per Peruzzi "non c'è dubbio che le pagine di maggior impegno non nascono di getto, ma sono trascritte da un testo preceden-te, o almeno sono l'elaborazione di uno schema" Talora pare di cogliere Leopardi intento a ricopiare da una minu-ta, incorrendo negli errori tipici di punteggiatura e ripeti-zioni. Le parti più ritoccate, con correzioni e aggiunte, ri-guardano di norma le osservazioni filologiche, che per la loro stessa natura tendono a essere una chiosa veloce, un promemoria fungibile.
L'autografo rivela nella sua oggettività scrittoria, per co-sì dire, l'ambiguità e la contraddizione dei suoi fini: è una sorta di bella copia, stesa tuttavia "a penna corrente", come Leopardi afferma alla pagina 95, anteriore alla decisione di datare i pensieri, e al tempo stesso conserva nella sua essen-ziale componente filologica l'aspetto di un notebook, de-stinato a controlli e revisioni, o ad altre specifiche stampe.
Nello Zibaldone il definitivo e il provvisorio convivono intimamente e si confondono. Neppure vale come giustificazione dei misteri del manoscritto il fatto che abbia assunto talora la forma di una cronaca privata, in cui Leo-pardi si addestrava a "pensare seco stesso" e a spiegarsi. Non sono rari i frangenti in cui è implicito, o addirittura evocato, un lettore ipotetico e la stessa cura dell'auto-grafo, nei momenti più impegnativi, può ricordare quella che Giacomo aveva da ragazzo nell'allestire, di suo pugno, le proprie plaquettes per un'eventuale edizione.
L'immane totem, simile a un prigione michelangiolesco, elevato da Leopardi alla propria intelligenza, creatività ed erudizione, è stato infine da lui abbandonato, come un cor-po estraneo e mostruoso, sul suolo della modernità.


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