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Fino al 31/8/2010 promozione del 15% sul catalogo di Mondadori

Salvatore Quasimodo

Poesie e discorsi sulla poesia

Mondadori - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura italiana del secondo Novecento

Pagine XCVIII-1430 - Formato 11x18 - Anno 1971 - ISBN 9788804426448
Argomenti: Letteratura italiana, Poesia
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi

 Prezzo di copertina € 55.00

Promozione fino al 31/8/2010 - Prezzo: € 46.75
Sconto promozionale 15.00%
- Risparmio € 8.25

 



Note: A cura e con introduzione di Gilberto Finzi - Prefazione di Carlo Bo

Caratteristiche: rilegato, in cofanetto, con sovraccoperta

 

Note di Copertina

Quasimodo, premio Nobel nel 1959, è uno dei protagonisti della poesia italiana del Novecento. A venticinque anni di distanza dalla pubblicazione (1971), la decima edizione di "Poesie e discorsi sulla poesia", riveduta e ampliata, tiene conto delle nuove acquisizioni critiche e delle ultime scoperte filologiche, ampliando la sezione dei testi con libretti per musica, traduzioni e numerose poesie disperse o inedite, e aggiornando commento e bibliografia.


 

Indice - Sommario


Avvertenza alla decima edizione

Prefazione, di Carlo Bo

Itinerario di Salvatore Quasimodo

Modi e tempi della ricerca poetica quasimodiana

Nota ai testi

Cronologia, di Gilberto Finzi


POESIE


DISCORSI SULLA POESIA


LIBRETTI PER MUSICA


LIRICI GRECI E ALTRE TRADUZIONI


POESIE DISPERSE


MANOSCRITTI GIOVANILI


Quasimodo traduttore di classici

Note e Bibliografia, di Gilberto Finzi


 

Prefazione / Introduzione

AVVERTENZA ALLA DECIMA EDIZIONE
Venticinque anni fa, nel 1971, usciva tra i primi volumi dei "Meridiani" "Poesie e Discorsi sulla poesia", di Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959. Quel libro, Vittorio Sereni lo aveva previsto, nella prestigiosa collana non ancora edita, addirittura durante il funerale del poeta, lunedì 17 giugno 1968, e il curatore designato aveva avuto, nella circostanza, uno scatto: comprensibile, ma forse poco urbano. In realtà, polemiche letterarie e detrattori non sono riusciti a distrarre l'editoria e i lettori da quell'unico che è la poesia, oggetto inafferrabile perché per ognuno sempre diverso, non misurabile con i metri del parlare comune e quotidiano.
Occorse il lavoro di tre anni, allora, per sistemare testi e apparati, varianti e bibliografie. Reperti successivi alla I edizione, poesie inedite, giovanili e simili, furono inseriti in appendici che si sono accresciute di edizione in edizione. Oggi, approntando la decima, si presenta l'opportunità di riunire queste aggiunte varie nonché di aggiornare il volume dell'opera omnia quasimodiana con alcuni ormai indispensabili complementi.
Così, a venticinque anni dalla prima uscita, "Poesie e Discorsi sulla poesia" comprende, oltre all'opera poetica completa, le "Poesie disperse e inedite" aumentate e risistemate, le poesie del primo "Acque e terre" rifiutate dopo la prima edizione del 1930 e, in una terza sezione, i due manoscritti giovanili rispettivamente del 1922 e del 1929-30. Ai "Discorsi sulla poesia", che ora sono sei e comprendono anche "Il poeta e il politico", letto a Stoccolma nel dicembre 1959, seguono i tre "Libretti per musica", che si pubblicano insieme, qui, per la prima volta.
Quanto alle famose traduzioni, alle più note, già inserite nelle precedenti edizioni del "Meridiano", si sono fatte seguire quelle, altrettanto importanti, "Dall'Odissea", "Iliade" - "Episodi scelti" e "Dalle Metamorfosi di Ovidio", oltre ad alcune "traduzioni varie" comparse in appendice a singoli libri o in riviste. Un'appendice di documenti critici dello stesso poeta su alcune delle proprie poesie conclude il presente volume, rinnovato anche nella Cronologia, accresciuto e aggiornato nella Bibliografia.
Potrà forse sembrare eccessivo sostenere che tutto questo, risistemazione e aggiunte, poesie giovanili e reperimenti vari (solo l'interpretazione critica e l'apparato variantistico sono rimasti sostanzialmente immutati) evidenzia un'opera in certo senso nuova. Certo non si può e non si deve dimenticare che la poesia rimane, per tutti e in ogni caso, ferma alla pagina, ai testi: e questa, di Quasimodo, resta per sempre la poesia di un uomo a un punto stabilito della storia e del destino, "uno come tanti, operaio di sogni", che è stato amato e non amato in nome di un "fare poetico" sempre singolare, individuale. Le poesie di Salvatore Quasimodo sono dunque, e rimangono, quelle che un pubblico affezionato ama e riconoscerà subito; questo volume, invece, risulta differente per il tentativo di ravvivare la curiosità e di ampliare la conoscenza di poesie maggiori e minori con nuovi e vari apporti documentari.



Dalla Prefazione di Carlo Bo

L'opera poetica di Salvatore Quasimodo non avrebbe, almeno per il momento, bisogno di nessuna parola d'accompagnamento, tanto la sua presenza resta ancora sensibile e l'eco della sua voce vicina. Se lo facciamo è soltanto per un atto di omaggio, doveroso nei confronti di uno dei poeti del nostro tempo che meglio hanno saputo testimoniare una fede assoluta nella poesia. Quasimodo si distingue proprio per questa volontà ostinata e per il fatto di essersi creduto senza sospetti d'alcun genere destinato alla poesia. In tutte le manifestazioni della sua vita è ben visibile questo tratto: non c'era scelta politica, non c'era avvenimento per quanto tragico e disperato che potessero tenerlo, almeno fino al punto di fargli dimenticare tale professione di fede, una dichiarazione di "natura" così radicale e impermeabile a tutti gli altri motivi d'esame e di meditazione. Quasimodo era il "poeta" e a chi lo guardava con gli occhi di sempre una convinzione del genere poteva suolare addirittura ingenua o spropositata ma si trattava di qualcosa di più profondo e che rispondeva benissimo al suo temperamento che era di uomo generoso. Del resto, a questa vocazione incrollabile che fatalmente portava in superficie un'altrettanto sicura dedizione egli deve i suoi risultati e sopratutto l'essersi affrancato con il tempo da quel tanto di obbedienza e di ripetizione dagli altri e dalle mode che ha rappresentato lo scotto da pagare all'attualità. Non che il Quasimodo non avvertisse quelli che, volta per volta, erano i segni del tempo, si vuoi dire soltanto che fra se stesso e gli altri, fra se stesso e le cose non rinunciava a mettere un altro personaggio, la poesia. Poco importa che si potesse confondere l'immagine del poeta con l'idea della poesia e infatti non conta perché Quasimodo non commetteva un arbitrio, indirettamente rimetteva nelle mani della poesia - anzi della Poesia, con la maiuscola - l'intera questione della vita.
Non è facile stabilire quando si fosse radicato in lui questo "credo", molto verosimilmente fra il trenta e il quaranta, proprio al tempo della cosiddetta poesia pura ma assai più interessante è considerare che nel decennio posteriore - vale a dire in un momento di ripensamento per tutti e che anche per Quasimodo è stato di evoluzione - egli abbia rafforzato questa fede e che in seguito, cioè fino alla morte, l'abbia nutrita della parte migliore di sé. Si è detto che in questo modo indiretto egli rendeva omaggio più che a se stesso, a una particolare verità che lo salvava dalle sorprese e dalle incertezze del mondo reale. Per Quasimodo non ci furono più dubbi, la poesia avrebbe avuto sempre e dovunque partita vinta. Praticamente un atteggiamento del genere poteva confondere e generare equivoci ma chi ha conosciuto l'uomo non ha dubbi al proposito: non barava, non si serviva di uno stratagemma per suggestionare e guidare i suoi lettori. Del resto, Quasimodo non avrebbe saputo far altro: tutti i grandi poeti del suo tempo hanno dimostrato di possedere delle qualità di adattamento e in effetti hanno proceduto a delle continue distinzioni, Quasimodo no. Si prendano le pagine di critica o quelle rarissime di confessione, insomma tutto quanto non rientra nell'ambito stretto della poesia e si avrà la conferma di questa sua inadattabilità. In questi casi poteva risultare a dirittura goffo, in realtà era sempre impacciato. Paradossalmente noi arriviamo a immaginare un racconto di Ungaretti (non prendo come esempio Saba e Montale che sono stati degli inventori confessi e dichiarati anche in tal senso) mentre non lo sapremmo fare con Quasimodo. La spiegazione è fin troppo intuibile, il suo discorso era per eccellenza un discorso di momenti, di soluzioni bloccate contro l'altro volto della sua partecipazione che era di costante presenza. "Poeta esclamativo quant'altri mai, poeta che si affidava fatalmente al giuoco delle risposte, era invece nella pratica dell'esistenza un uomo a cui mancava la capacità di saldare i due momenti: di qui il bisogno di pungolare costantemente l'attenzione degli altri, di qui quel suo vezzo di stabilire una sorta di sordo controcanto alle parole degli altri. Parole destinate all'erosione del tempo immediato e che naturalmente non avevano nessuna speranza di vittoria contro le sue, le parole del poeta. Perfino la tavola dei rapporti comuni per questa sua perenne volontà di poesia subiva in lui un curioso ridimensionamento, nel senso che, mettendosi, da una parte o addirittura in alto, Quasimodo finiva per pretendere tutta una serie di aggiustamenti e di correzioni che lo avrebbero alla fine salvato dal numero delle valutazioni normali, il che equivale a dire che, sempre grazie all'azione della poesia intesa come una più sicura idea di vita, egli si riservava una posizione tutta particolare fra gli altri uomini. Ma su questo punto conviene essere cauti: da quanto si è detto sembrerebbe che Quasimodo fosse un refrattario mentre non lo era affatto, potrebbe anche apparire come uno spirito sordo e distratto e invece non era neppure questo. Diciamo allora che gli è riuscito assai bene di vivere con un altro regime arterioso: distaccato ma profondamente vicino e sensibile alle ragioni degli altri: disdegnoso, polemico, irritabile ma nello stesso tempo dotato di una carica di pietà umana che da ultimo lo aiutava a ricomparsi e a placarsi, insomma a liberarsi di qualsiasi frazione di risentimento.
Era fin troppo chiaro che l'elemento determinante di queste sue battaglie e conseguenti pacificazioni era il senso costante della poesia. L'uomo Quasimodo finiva per consegnarsi sempre alla poesia mentre per sé intendeva riservarsi la posizione doppia del tramite e della risposta.



Dall'introduzione di Gilberto Finzi

1. Le stregonerie dello stile, il linguaggio cifrato, il maturo castello di carte verbali, il segreto dell'antologia di se stesso, costruiscono il mito Quasimodo negli anni Trenta. Sono il nesso fra un poeta e la sua generazione, fanno storia comunque, al di fuori delle sintesi triadiche o di altrettanto comode esclusioni. Certo, altri nomi, altre storie vanta ancora il secolo, forme di un poetico in ascesa e in evoluzione nei testi definitivamente acquisiti, fissati per sempre.
Così desta infatti la poesia della provincia imperiale non era stata forse mai. Era peraltro una poesia isola spirituale, che indirettamente lasciava - evocati dal sonno della ragione - i mostri impadronirsi di un vasto campo: non suo, eppure anche suo. Ma viva nelle sonorità più leggere, nel verso educato, nell'elaborazione dotta e nel lessico epurato, questa poesia favoriva le vocazioni. E l'orto vocalico si estendeva, maturava prodigi di bravura letteraria.
I limiti dell'epoca erano tuttavia nel politico, la circostanza reale che accomunava in fondo bei verso e lirico frammento, esperienza fisica e metafisica del "fare" poetico. Evasione dal reale e rifugio nell'intimismo, da un lato, conformismo sociopolitico, egoismi e compromessi di silenzio prò bono pacis, dall'altro lato, si mischiavano, incerti, indistricabili, in attesa dei tempi o senza attese, all'imposizione esterna, alla compressione politica antisociale.
Ma questa è situazione degli avanzati anni Trenta, e Pavese, che ne è spia negativa, risimboleggerà a suo modo il tradotto Achab (la ricerca assoluta) nel tipo proletario della diaspora contadina e operaia, un "tipo" che fra i vagabondaggi di Americhe-mito e relativi ritorni alla provincia diventa un'inquieta costante (psichica? politica?) da "Fumatori di carta" (1932) a "La luna e i falò" (1950). Ma Pavese è eccezione; e inoltre, anche se la coscienza del poeta precede i fatti (le date di composizione delle poesie parlano chiaro), con "Lavorare stanca" si è già al 1936, anno chiave dell'imperialismo fascista.
2. Altre sono le "date" di Quasimodo, altra la sua formazione: letteraria nella provincia pascoliana e dannunziana, decentemente innovativa all'interno della tradizione, moderna per ascendenze ungarettiane-montaliane, correttamente italica o italiota per miti autoctoni.
"Acque e terre", il primo "Acque e terre", è un libro composito, indeciso fra una misura realistica del linguaggio più fragile e sonoro - gli oggetti-natura, le stagioni, l'animale umano; e rime, versi di varia misura, parole ora banali-inerti ora culto-scientifiche -; e un'altra dimensione già chiusa, che ha messo a frutto i poëtae novi e stacca emozioni con fredda perizia letteraria. Più tardi la scelta definitiva di "Acque e terre" dimezza, quasi, la prima raccolta nell'omonima sezione antologica, ma le eliminazioni e le stesse varianti ai testi sono precisazioni poetiche o adeguamenti coi quali, a posteriori, lo scrittore cerca un'omogeneità e un'aderenza totali alla nuova poetica: nemmeno può consentire, Quasimodo, lo scarto di un singolo verso da questi territori sentimentali e letterari. Ma è dunque "Oboe sommerso" a tracciare le linee divisorie di questo alto livello di poetica/poesia: poesia e poetica vi si trovano fuse, e quasi subito Quasimodo è nume indigete dell'"ermetismo", voce popolare avallata in primis dal Flora (con troppo rigore, e credo a torto) a proposito di Ungaretti maestro primo della nuova poesia. E così, mentre il giovane Quasimodo porta avanti, con foga da neoiniziato, l'efebico ardimento del trobar clus spezzato come pane nella linfa vitale di un mondo dimidiato e nell'evasione aristocratica dell'unico intimo vero, Quasimodo anziano preferirà non mostrarsi succubo ma inventore di poetica. In realtà, preferendo la formula assoluta, dimenticava il primo "Acque e terre" e il suo parziale naturalismo; dimenticava altra poesia, come "Isola", di Alfonso Gatto, che è del '32 come "Oboe sommerso", e la stessa polemica Flora-Ungaretti, e ogni altra precedente immagine virtuale o rifrazione di quella prima poetica. E finiva inoltre per avallare: a) il distacco (e relativo superiore disimpegno) dei veri o presunti fondatori del Novecento in Italia; b) il ricadere sulla sua poesia dell'oscura accusa - "ermetismo" come presunzione verbalistica, ellittico iperclassicismo e "sospettosa" antirealtà; e) l'antistorico orgoglio di un epos di se stesso (la lirica pura) fattosi scuola e tradizione senza radici, antecedenti od opere prime.
Il rapporto Quasimodo-ermetismo è complesso, ed ecco la critica divisa fra un Quasimodo "dentro" quella provvisoria sistemazione del fermento lirico nuovo, comunque si definisca l'ethos lirico degli anni Trenta, e un Quasimodo "creatore" di un mito o scuola dell'intima libertà che parossisticamente tende all'assoluto e all'ineffabile.
Ma: e il simbolismo? E le tracce di quello che De Robertis chiama "il sospetto" di un certo parnasse? Andrà tutto a carico dell'ermetismo categoriale? o non sarà invece altra accettata regola del gioco? Lo stesso rifiuto (razionalistico) del surrealismo come antinorma che turba l'ordine assoluto, l'equilibrio perfetto, voluti ferocemente nella parola totale e nel canto fermo, nella monodìa già classica e senza temporalità, non saranno altro aspetto, il negativo, di una sola precoce norma a un tempo etica e stilistica, atroce sofferenza del Quasimodo di sempre?


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