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Fino al 30/9/2010 promozione del 15% sul catalogo di Mondadori

Virginia Woolf

Saggi, prose, racconti

Mondadori - Collana: Meridiani - Serie: Letteratura europea del Novecento

Pagine LXXVIII-1482 - Formato 11x18 - Anno 1998 - ISBN 9788804444299
Argomenti: Narrativa, Saggistica, Letteratura inglese
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi

 Prezzo di copertina € 60.00

Promozione fino al 30/9/2010 - Prezzo: € 51.00
Sconto promozionale 15.00%
- Risparmio € 9.00

 



Note: A cura e con un saggio introduttivo di Nadia Fusini

Caratteristiche: rilegato, in cofanetto, con sovraccoperta

 

Note di Copertina

A vent'anni dall'uscita di "Romanzi e altro", l'opera della Woolf, figura di culto del femminismo europeo, è stata riproposta nei Meridiani in un'edizione completamente nuova, in due volumi, arricchendo considerevolmente il numero di testi. La curatela di entrambi è firmata da Nadia Fusini, grande studiosa di letteratura inglese, massima traduttrice italiana della Woolf nonché scrittrice lei stessa.

La produzione parallela di romanzi testimonia la straordinaria vivacità intellettuale della Woolf, l'ampiezza dei suoi interessi e della sua cultura, e svela un volto poco noto della scrittrice: un "alter ego" in cui l'impegno contenutistico si incarna in una forma piena di brio e di forza espressiva. Una donna pienamente partecipe del fervore di rinnovamento della sua epoca


 

Indice - Sommario


La foresta della prosa, di Nadia Fusini

Cronologia


RACCONTI (Traduzioni di Francesca Duranti e Nadia Fusini)


SAGGI (Traduzioni di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Masolino D'Amico, Nadia Fusini)


UNA STANZA TUTTA PER SÉ (Traduzione di Maria Antonietta Saracino)


LE TRE GHINEE (Traduzione di Adriana Bottini)


FLUSH (Traduzione di Alessandra Scalero)


ROGER FRY (Traduzione di Nadia Fusini)


MOMENTI DI ESSERE (Traduzione di Nadia Fusini)


LETTERE (Traduzioni di Andrea Cane, Nadia Fusini, Silvia Gariglio, Silvia Gianetti, Camillo Pennati)


Commento e note ai testi

Bibliografia


 

Prefazione / Introduzione

Dall'introduzione "La foresta della prosa" di Nadia Fusini

La pulsione verbale.

Di Virginia Woolf l'amico Forster scrisse alla sua morte l'elogio più semplice e toccante: non c'è scrittore, disse, non c'è scrittore al mondo che più di lei abbia amato scrivere.
Scrivere, tenere una penna nella mano, attraversare Londra per comperare un quaderno, una matita, stare appollaiata nello scantinato di Tavistock Square, o nella capanna in fondo al giardino di Rodmell, toccare e ritoccare una frase, ritornare ogni giorno al diario, conversare per lettera... La vita di Virginia Woolf è un calendario perfettamente ritmato di ore diverse, ognuna assegnata a una differente scrittura: il romanzo, il diario, la lettera, il saggio, la recensione, la biografia, la parodia... Sì, scrivere è ciò che le interessa, l'avventura cui si dedica con immenso piacere, e infinita serietà. L'avventura comporta dei rischi, espone a dei pericoli; è un viaggio in cerca del linguaggio.
Un saggio, una lettera, un racconto, un appunto sul diario, con differenti gradi di intensità, tutti ripropongono a chi scrive la stessa croce e la stessa delizia: come tradurre in parola un'emozione, un pensiero, un evento accaduto in un medium diverso dal linguaggio. Per la Woolf scrivere sempre risulta problematico, sempre impone un tormento formale; che scriva una lettera, o un saggio, il tormento non sarà necessariamente minore di quello che sostiene cercando la forma dei suoi romanzi. E diverso per grado di intensità, è differente per tempo di esposizione alla bruciante tortura della prova cui si espone; ma lei continua a ripeterlo: una lettera, un saggio, un racconto, un
romanzo sono graffianti incontri con l'impotenza a dire, da parte di chi ha sviluppato sopra tutti gli altri l'istinto che lei chiama "word instinct".
Tra le varie pulsioni (oltre quella "anale", "orale", "genitale"), la Woolf ci confronta e ci inquieta con questa, "verbale" appunto; quando cioè i verbi, ovvero le parole s'affollano sulla punta della matita e lo scrittore è posseduto da una mania che lo rapisce in un'estasi alfabetica, e non fa che generare parole, che poi magari cancella, vocaboli che butta giù ansiosamente per fermare la visione interiore, la sensazione, l'idea - che se non afferra nella parola sfuggirà, sarà come se non fosse mai esistita.
Virginia Woolf è ossessionata dalla forma, che per lei scrittrice si manifesta come la necessità di dare ordine all'esperienza grazie al linguaggio verbale. Giorno dopo giorno, e ogni giorno ora dopo ora, non cerca che modi per incarnare "le figure della mente". Lei dice: "the exact shapes my brain holds": "proprio le figure, quelle e non altre, esattamente le figure che ho dentro il cervello". Lì certe figure si sono insediate venendo dall'esterno, naturalmente; il cervello contiene ciò che s'è presentato prima di tutto ai sensi; ora quelle figure premono, opprimono, cercano sfogo in parole. In parole torneranno alla vita, arricchendola. In questo senso la Woolf è ossessionata dalla forma; nel senso che è posseduta da un pensiero dominante; un solo pensiero la ossessiona: trovare il modo più ampio, più largo di prendere la vita nella parola, e in parole restituirla alla vita.
La figlia dell'uomo colto
Fin da quando è bambina Virginia dice che farà la scrittrice. Comincia a sette-otto anni col giornalino domestico che scrive quasi completamente da sola. Come lettrice nasce all'età di quindici anni, quando il padre le da la libertà di scorrazzare nella sua biblioteca - che è quella di un uomo di lettere vittoriano, uno studioso particolarmente versato nella filosofia, nella storia, e grande amante della letteratura. Da allora la passione per i libri la divora; il padre è addirittura sgomento, non c'è libro che la sua Ginia (così la chiama) non "inghiotta con prodigiosa voracità", dice. Da parte sua, Virginia scopre che i libri hanno uno strano potere di seduzione su di lei; leggendo le pare di penetrare in un paesaggio fisico; passeggia in un panorama riconoscibile, come se la letteratura fosse parte del suolo, della terra che l'ha generata, parte della vita. E una sensazione che non l'abbandonerà, il padre la osserva orgoglioso: la sua Ginia sarà "an author" - e cioè, quello che è lui, una firma, un autore di libri e saggi assai noto (Virginia Woolf sarà in realtà ben di più, sarà "a writer").
Virginia ha però una tendenza all'espressione iperbolica, stravagante, che il padre prima e il fratello Thoby poi in lei castigano, mentre le additano a modello una intelligenza scettica, logica (la loro). Thoby in particolare, quando torna dal college, giudica tutti come un giudice in toga ed ermellino. Le dice sempre che deve "spiegarsi chiaramente", deve farsi capire, deve dire ciò che intende. Virginia riflette tra sé e sé: ma se io ho un genio, è di dire proprio quello che non voglio dire.
Ha bisogno di ordine, tuttavia; di un principio unificante. Ma dovrà per forza il principio d'ordine incarnarsi in un pensiero razionale? Si, l'intelletto è un bene supremo, una facoltà superiore; ma può inaridirsi, e inaridire la facoltà dell'immaginazione - sulla quale lei fa più conto. A Bloomsbury Virginia Woolf legge Moore, i suoi "Principia Ethica"; ma si lamenta: lei non è un filosofo. Un amico dice di lei: la sua immaginazione spaziava in un mondo dove tutto era vivo. (Intende dire tra immagini, non tra concetti.)


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