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Giovanni Diodati

Sacra Bibbia - Vecchio Testamento vol. 1

Mondadori - Collana: Meridiani - Serie: La Sacra Bibbia di Diodati

Pagine CCXXXVI-1436 - Formato 11x18 - Anno 1999 - ISBN 9788804460855
Argomenti: Religione - Spiritualita', Cristianesimo
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi

 Prezzo di copertina € 55.00

Promozione fino al 30/9/2010 - Prezzo: € 46.75
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- Risparmio € 8.25

 



Note: Tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati - A cura di Michele Ranchetti e Milka Ventura Avanzinelli

Caratteristiche: rilegato, in cofanetto, con sovraccoperta

 

Note di Copertina

Meravigliosa e immaginifica, la traduzione della Bibbia approntata nel 1641 dal teologo protestante Giovanni Diodati è da molti considerata la più bella versione in italiano del testo sacro: un fondamentale documento linguistico e letterario, dunque, che non ha avuto circolazione solo per motivi religiosi.Su questi presupposti si fonda l'edizione dei Meridiani, che ne restaura il dettato originale, emandandolo da maldestri interventi semplificatori che si sono susseguiti nel corso dei secoli, ne presenta integralmente proemi , sommari e riferimenti, e offre infine al lettore un'ampia scelta dei commenti del Diodati medesimo.


 

Indice - Sommario


Introduzione, di Michele Ranchetti

Giovanni Diodati, traduttore della Bibbia, di Milka Ventura Avanzinelli

La lingua e lo stile, di Sergio Bozzolo

Cronologia a cura, di Emidio Campi

Nota sulla grafia e i criteri di edizione


I LIBRI DEL VECCHIO TESTAMENTO

- Il primo Libro di Moise, detto Genesi

- Il secondo Libro di Moise, detto Esodo

- Il terzo Libro di Moise, detto Levitico

- Il quarto Libro di Moise, detto Numeri

- Il quinto Libro di Moise, detto Deuteronomio

- Il Libro di Iosue

- Il Libro de' Giudici

- Il Libro di Rut

- Il primo Libro di Samuel

- Il secondo Libro di Samuel

- Il primo Libro delli Rè

- Il secondo Libro delli Rè

- Il primo Libro delle Croniche

- Il secondo Libro delle Croniche

- Il Libro d'Esdra

- Il Libro di Nehemia

- Il Libro d'Ester


 

Prefazione / Introduzione

Dall'introduzione di Michele Ranchetti

La sacra Scrittura non e che un sogno
Giordano Bruno

1. Nel 1596 il ventenne Giovanni Diodati propone alla discussione le sue tesi teologiche "De sacra Scriptura". Si inaugura così, con queste venticinque tesi, la sua lunga esistenza. di ricerca e di studio, di polemiche e controversie, e soprattutto il suo esercizio esegetico sulla Scrittura durato tutta la vita. Esso avrà il suo culmine nelle edizioni in volgare della Bibbia, nel 1641 in lingua italiana, nel 1644 in lingua francese. Le tesi teologiche sono discusse con uno dei suoi maestri, Antoine de La Faye. Era norma anche a Ginevra, così come a Wittenberg ai tempi di Lutero, che fosse il maestro a redigere le tesi, mentre toccava allo studente discuterne, provarne o difenderne la verità, e, in qualche raro caso, l'errore. Eppure è quasi certo che a redigere le tesi "De sacra Scriptura" sia stato lo studente Giovanni Diodati, non solo perché esse differiscono da precedenti tesi del de La Faye su analoghi argomenti per radicalità e chiarezza, ma anche perché esse non sono in alcun modo argomentate, ne si avvalgono di auctoritates; sono asserzioni, per così dire, definitive, espresse in un latino elementare, senza retorica. In esse possiamo riconoscere il programma di un'esistenza, la persuasione di una fede, quella cristiana, la certezza di appartenere al ceto dei giusti, a quella religione di Ginevra che ha nella "Istituzione" di Calvino il suo catechismo. In queste tesi figura inoltre un'altra certezza che si vorrebbe connettere a ben più tarde decisioni di ortodossia punitrice propugnate dal Diodati nei confronti degli eretici, prima al Sinodo di Dordrecht, del 1618, poi, quasi sul finire della vita, nella condanna al rogo di Nicolas Antoine, che era stato suo ospite, e aveva dato segni palesi di malattia mentale oltre a segni altrettanto chiari di simpatie per il giudaismo e le dottrine antitrinitarie. Pare che, in quella tragica occasione, Diodati sia stato fra i più spietati. Ma c'è un altro carattere, in queste tesi, che merita di essere rilevato: la sicura, determinata condanna di Roma, della Chiesa tridentina. Il giovane ginevrino, figlio dell'emigrato per religione da Lucca, appartiene ormai, o così sembra, alla generazione dei ginevrini di perfetta ortodossia calvinista, non più ai membri della "cabale italique", cioè a quegli incerti, dubitanti e disputanti su tutto, gli interroganti le ragioni e i modi della fede, dopo la rottura provocata da Lutero, incapaci di riconoscersi nelle diverse professioni di fede delle diverse chiese riformate, dispersi ed erranti. Diodati non è un eretico, è un persuaso: per lui la professione di fede calvinista, in particolare la seconda del 1566, è l'espressione della sola verità, lo strumento della salvezza: chi non vi aderisce, chi rimane nel dubbio, è un nemico pari al nemico papista, e più di quello pericoloso. E queste tesi ne danno piena conferma: "Scriptura Sacra est verbum Dei divinitùs inspiratum, et à Prophetis, Apostolis, et Evangelistis in veteris et novi Testamenti tabulas, Spiritus Sancii afflatu relatum, ut inde cognitio omnis ad vitam aeternam necessaria petatur".Tutta la conoscenza necessaria per la vita eterna. Solo i libri della Scrittura sono autentici; gli Apocrifi non hanno pari autorità per loro natura, ne altrimenti possono conseguirla. Sole fonti autentiche veramente ispirate della Scrittura sono il testo ebraico per l'Antico Testamento e quello greco per il Nuovo. La versione latina, detta Vulgata, è un'impronta fexemplar, abbozzo) da cui si può risalire all'archetipo. In tutte le lingue di tutte le genti si possono e si debbono tradurre (transferre) le Scritture, sì che possano essere lette e capite da tutti. Sono queste prime tesi a costituire il programma del Diodati, le sue verità, recepite dalla confessione di fede, e il proposito di contribuire alla diffusione di quell'unica conoscenza necessaria alla salvezza.
In realtà da alcune fonti risulta che il Diodati abbia cominciato a tradurre la Bibbia a partire dai sedici anni, già prima, cioè, della discussione di queste tesi. Cosa sia stato a muovere il Diodati a questa impresa non è dato sapere. Lui stesso si dirà spinto da un desiderio e dalla assistenza dello Spirito. Lo dirà come una sua persuasione, e quasi con una naturale certezza non altrimenti dimostrabile. Del resto, non pare vi fosse allora una particolare necessità di disporre di una Bibbia italiana: le edizioni del Malermi e soprattutto del Bruciali, oltre alle altre, erano più che sufficienti per la piccola comunità di lingua italiana, osservante in Ginevra. Le ragioni devono esser state altre, ma esse si preciseranno, anche a lui stesso, nel corso degli anni (per una diversa ispirazione, pastorale e politica, non esegetica) soprattutto durante la sua missione a Venezia. Allora, a spingerlo alla impresa fu probabilmente il rifiuto radicale delle decisioni di Roma: la prima, dell'8 aprile 1546, è quella di ridurre tutte le possibili versioni latine dei testi sacri alla sola versione latina, sia pure rivista, detta Vulgata, come quella che unica riproduce il senso vero della Rivelazione, così da corrispondere, per il magistero, alle due versioni originali, la ebraica per l'Antico Testamento, la greca per il Nuovo; la seconda, contenuta nella "Dominici gregis custodiae" del 24 marzo 1564, di Pio IV, alla regola IV proibisce le versioni in lingua volgare. Di fatto, quindi, grazie a questi due atti del magistero romano la Bibbia non avrebbe più potuto essere letta da coloro, ed erano quasi tutti i fedeli, che, non conoscendo il latino, non potevano accedere direttamente ai testi sacri, e quindi alla sola fonte della verità necessaria per salvarsi. Venivano esclusi, anzi, proprio coloro che della verità avevano più bisogno, gli umili e i semplici, i fabbri e le prostitute, tutto il grande gregge cristiano. La verità, cioè la Bibbia, diveniva così proprietà esclusiva del ceto sacerdotale ...

Dal saggio "Giovanni Diodati, traduttore della Bibbia" di Milka Ventura Avanzinelli


La fioritura di studi umanistici che nel XVI secolo aveva prodotto le grandi poliglotte e le prime "edizioni critiche" della Bibbia si va lentamente spengendo con il declinare del secolo, come conseguenza dell'asprezza del conflitto che ha diviso la cristianità. Gli anni in cui Diodati si forma e compie la sua prima traduzione della Bibbia portano i segni di un generale arretramento e inaridimento degli studi biblici. A differenza di quanto accadeva alla fine del secolo precedente, alla fine del Cinquecento si è creato uno iato fra le esigenze dottrinali e quelle della ricerca filologica e storico-critica. Se la Chiesa Cattolica ha finito per arroccarsi nella difesa di una versione "ufficiale" della Vulgata - la cosiddetta Sisto-Clementina -, anche in area protestante si assiste al progressivo affermarsi di tesi che niente hanno a che fare con il primitivo connubio fra ricerca umanistica e spirito di riforma. Lo studio della lingua ebraica segna una battuta d'arresto e diventa sempre più "ancillare" rispetto alla teologia; la cura per l'aspetto testuale passa in subordine, e questo vale sia per l'ebraico biblico che per il greco neotestamentario: già nel 1565, quando Théodore de Bèze riedita il Nuovo Testamento dell'Estienne, ritiene di dover eliminare le note marginali che nella prestigiosa edizione "Regia" del 1550 riportavano le varianti testuali e le sigle dei manoscritti e delle edizioni in cui figuravano; nelle edizioni successive anche le note filologiche e critiche - mescolate con quelle esegetiche e teologiche - subiscono un progressivo ridimensionamento.
All'epoca del Bèze, tuttavia, era ancora viva a Ginevra l'eredità di Calvino, legato alla tradizione umanistica e capace di una ragguardevole sensibilità filologica e di una certa "sobrieté théologique" - sebbene fosse stato lo stesso Calvino ad eliminare le note filologiche che l'Olivétan aveva posto in margine alla sua traduzione del Nuovo Testamento. È soprattutto negli ultimi decenni del Cinquecento che la teologizzazione prende il sopravvento e arriva a scardinare anche quel primato del rapporto diretto con il testo che era stato la bandiera della Riforma e che è ben sintetizzato dal Bullinger nella "Confessio Helvetica posterior" (1562):

"... noi riconosciamo come retta e originaria solo l'interpretazione che si ricava dagli stessi scritti, che cioè è attinta allo stesso spirito della lingua, in cui essi sono redatti, ne segue il contesto, ricorre al confronto dei passi simili e dissimili, si fonda soprattutto sui testi più chiari..."

Questo modello esegetico, attento alla corretta interpretazione del senso letterale e storico e alle risonanze interne alla Scrittura ha ancora la sua influenza sul Diodati, anche attraverso i cosiddetti "padri" della scuola di Saumur, fautori di una libera esegesi capace di utilizzare tutte le versioni antiche per arrivare alla corretta interpretazione dei testi sacri. Ma l'altra grande corrente, quella della cosiddetta "scolastica protestante", sebbene conti fra i suoi esponenti valenti filologi, è invece fautrice di un metodo che porta ad una forzatura dei testi a favore di interpretazioni dottrinali, soprattutto perché si lega alla teoria della natura divina delle Scritture e della loro trasmissione e quindi anche alla fede nell'ispirazione dei traduttori, che fungono da mediatori di un messaggio e, in quanto tali, devono mettere la grammatica al servizio della teologia. L'esegesi biblica protestante passa così dal commento vivente delle scritture all'argomentazione teologica, dal primitivo impegno per il ritorno al testo e dalla parola d'ordine "sola Scriptura" ad una sorta di venerazione per le proprie traduzioni e ad una svalutazione dello studio delle lingue a favore di una sempre maggiore supremazia della teologia, scadendo in quella "barbarie" che suscita le pesanti critiche dell'olandese Amama.
E in questo clima che s'innesta la polemica sollevata dalla scuola di Saumur che, partendo dall'esigenza di scardinare il pesante condizionamento esercitato dalla teologia sulla cultura, assumerà, verso la metà del secolo XVII, i caratteri di uno scontro generale e investirà anche il campo politico, quando il mutato atteggiamento ermeneutico verso la Scrittura porterà anche a voler liberare la politica dalla tutela religiosa e i due movimenti si rafforzeranno l'un l'altro.
Le questioni al centro del dibattito che, negli anni del Diodati, coinvolgono aspetti filologici e teologici possono essere così tripartite: la controversia sulle traduzioni; il problema del testo (che comprende anche l'uso delle versioni antiche e la "proprietà della lingua ebraica"), la questione della ebraistica degli ebrei, di cui ci occuperemo più avanti.

LA CONTROVERSIA SULLE TRADUZIONI
L'opera di desacralizzazione umanistica del testo era stata in parte vanificata, anche in area protestante, dalla necessità di controbattere all'accusa principale dei cattolici: il prolificare delle versioni e delle libere interpretazioni dimostrava l'incapacità del mondo protestante di definire un senso univoco di quella Scrittura alla cui sola autorità dichiarava di volersi sottomettere.
La disputa controversistica, che si fa particolarmente aspra nei paesi di lingua francese, vede i cattolici impegnati nel tentativo di screditare, di fronte ai credenti, le versioni protestanti della Bibbia e di minare la fiducia nella loro fedeltà agli originali.




Dal saggio "La lingua e lo stile" di Sergio Bozzola

L'obiettivo dichiarato nel titolo della presente nota implica l'incrocio della descrizione dei fenomeni linguistici e stilistici raccolti nella Bibbia del Diodati da una parte con la situazione della lingua italiana nella prima metà del Seicento, dall'altra con i tratti salienti che caratterizzavano la tradizione della prosa letteraria italiana. Va dunque preliminarmente chiarito: 1) che all'altezza del primo Seicento nella lingua letteraria tende ad imporsi il modello toscano, e tuttavia il dibattito è ancora acceso, e quella fiorentinistica è quasi sempre una deliberata scelta di campo, non ancora imposta dai fatti e dallo status oggettivo della lingua letteraria - per cui continua a verifìcarsi una notevole diffrazione di fenomeni, soprattutto ai livelli fonetico e morfologico, tra scrittori toscani e non; 2) che le divaricazioni e le polemiche che ne conseguono hanno un corrispettivo nella tradizione grammaticale: rispetto al modello arcaizzante di Pietro Bembo, ripreso, in una mutata prospettiva ideologica, da Lionardo Salviati e dall'Accademia della Crusca, i grammatici della prima metà del Seicento si distribuiscono all'ingrosso in tre filoni: quello dell'ortodossia bembesco-salviatesca, con qualche aggiustamento, specie dei tratti più arcaizzanti, verso il toscano contemporaneo - è il caso di Benedetto Buonmattei; quello dei non toscani che, riconoscendosi in quella tradizione, manifestavano tuttavia una posizione meno rigorosa, più elastica e tollerante nei confronti della norma, proprio in virtù della loro provenienza geolinguistica - ad esempio il romano Sforza Pallavicino e il ferrarese Daniello Bartoli (il quale, di fronte ad una alternativa rispetto alla norma della Crusca, suggerisce spesso, ironicamente, di fare come si vuole); quello infine degli anticruscanti, il cui modello è da riportare alla tradizione cortigiana o "italiana" del secolo precedente - così Diodato Franzoni e Paolo Beni. Nella descrizione che segue, incentrata sulla fonetica e la morfologia della diodatina, ciascun tratto sarà fatto reagire con la posizione espressa nel merito da questi grammatici: il cui accordo o dissenso consentirà di fissare di volta in volta le coordinate del fenomeno in esame, e cioè il suo significato linguistico e stilistico.
1. Restiamo inizialmente sui più significativi fatti della fonetica. Il fondo, il serbatoio principale di questa lingua, è il toscano letterario, quale ormai era stato stabilmente delimitato dalla tradizione prosastica cinquecentesca, depurato dai tratti più segnatamente arcaizzanti di provenienza bembesca, e così pure da quelli troppo connotati in senso regionale o fiorentino: tutti i tratti fonetici più rilevanti sono, in altre parole, riscontrabili nella tradizione letteraria toscana, ma vengono insieme attestati negli scrittori e nelle grammatiche non toscani del secondo Cinquecento e del primo Seicento. Qualche caso. Nel vocalismo atono, la chiusura di "o" in "u" e di "e" in "i" (arbuscello, circuncisione, facultà; digradare, dilicato, diserto, ricidere, nimico, ecc.) è legittimata da grammatici come il ferrarese Daniello Bartoli e il romano Sforza Pallavicino, mentre è oppugnata dal solo Paolo Beni, di cui si citerà più volte, qui di seguito, la posizione defilata. Le stesse oscillazioni del traduttore, verificabili qui e in altri domini vocalici (disolato / desolato, discrivere / descrivere, simiglianza / somiglianza, dimesticare / domestico), non sono sintomo di una indeterminazione normativa, ma piuttosto di una sorvegliata coscienza letteraria, poiché si presentano anche nei grandi modelli del passato (Boccaccio, ed il suo propugnatore cinquecentesco, Bembo).
La situazione delle vocali toniche coincide in buona sostanza con quella dell'italiano di oggi. Le deviazioni rispetto al nostro sistema trovano largo riscontro nella tradizione letteraria; così ad esempio la chiusura latineggiante di "o" in "u" (surgere e derivati), o, viceversa, la "o" in luogo della "u" in calonnia e derivati, diffusamente attestata ad esempio nella prosa di Torquato Tasso. Lo stesso va detto circa il trattamento dei dittonghi "uo" e "ie"; la regola del dittongo mobile (secondo la quale, nella flessione del verbo, si dittonga solo sotto l'accento) viene applicata in modo rigoroso: a scuoter(e) si oppone scoterà, riscoterò ecc.; a muovere, muovo, ecc. moverà, moveva ecc. Fatto da imputare certo all'estrazione linguistica toscana del traduttore, ma ormai diffuso, nel Seicento, anche tra i non toscani, e prescritto dai grammatici. Le cui casistiche prevedono anche le apparenti eccezioni rilevabili nel Diodati: è il caso del verbo "morire", che mantiene il dittongo all'atona in "muoiamo" e "muoiate", come già volevano Bembo e, all'altezza del Diodati, il fiorentinista illuminato Benedetto Buonmattei. Così ancora nei sostantivi "mele" ('miele') e "fele" ('fiele'), citati dal Rohlfs tra i casi di resistenza toscana al dittongo ab antiquo, e da sempre comuni nella tradizione letteraria.


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