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Chin P'ing Mei

Einaudi - Collana: I Millenni - Serie: Tesori dell'Oriente

Pagine XXX-930 - Formato 14x22 - Anno 1955 - 15 Tavole fuori testo - ISBN 9788806080112
Argomenti: Letteratura cinese, Narrativa
Esaurito - Temporaneamente non disponibile


Note: Romanzo cinese del secolo XVI - A cura di piero jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman

Caratteristiche: rilegato, illustrato a colori, in cofanetto, con sovraccoperta

 

Note di Copertina

Da ormai quattro secoli, questa avventurosa storia di Hsi-Mén e delle sue sei mogli è uno dei classici più celebrati e ammirati dell'Oriente. Questo romanzo-fiume, romanzo di una razza e di una terra in un momento del tempo, indifferentemente tragico e comico, lirico e psicologico, sviluppa la materia di cinquanta romanzi secondo i canoni occidentali, prosegue il suo corso, vasto e colmo come i fiumi della terra sconfinata, come le moltitudini della popolazione dalle millenarie esperienze in cui affonda le proprie radici. (Dalla nota di Piero Jahier)


 


Prefazione / Introduzione

Dalla nota di Piero Jahier

Da ormai quattro secoli, questa avventurosa storia di Hsi-Men e delle sue sei mogli è uno dei classici più celebrati e ammirati dell'Oriente.
In Occidente, traduzioni come quella tedesca e quella inglese - patrocinata da Arthur Waley, il volgarizzatore della Murasaki - sulla quale è condotta la presente, hanno ormai fatto luogo al fantastico Don Giovanni della leggenda orientale, a fianco del suo confratello letterario - il Don Giovanni della leggenda occidentale - nel giudizio dei popoli.
Ciò è avvenuto, tra gli Occidentali del secolo XX - e ne sian rese grazie anche a Freud - senza i contrasti che, apparentemente, la spregiudicata rappresentazione dell'erotismo pagano del licenzioso mercante-usuraio, e, sostanzialmente, la inesorabile rappresentazione della corruzione politica del cosiddetto "governo di gentiluomini" confuciano (che gli copre ogni delitto, purché, dopo ogni malefatta, faccia tempestivamente pervenire alla Capitale qualche altro mulo carico di lingotti d'oro e argento) aveva destato tra le due scuole letterarie rivali del secolo XVI: quella dei fautori di un'arte squisitamente accademica e tradizionalista, su modello dei classici confuciani, nonché programmaticamente assenteista o conformista in politica, e quella dei fautori di un'arte realista, legata alla vita vissuta, e, quindi, anche politicamente impegnata alla critica, e perciò "pericolosa".
Tali contrasti, etico-politici, di cui il tessuto letterario del libro non era che naturale riflesso, più che il pretesto della sua conclamata licenziosità ("Quanto a licenziosità, - dice l'amaro cinese, - Orientali ed Occidentali differiscono in un'unica cosa: che gli Orientali la praticano e confessano, mentre gli Occidentali la praticano e nascondono"), sembra abbia determinato la misura di polizia della censura ufficiale del libro, il quale, però, dannato all'oscurità dal divieto di pubblicazione dell'Editto Imperiale del 1687, seguito, invece, a circolare come opera di anonimo autore, e presto risorse, per virtù propria, riabilitato dalla voce pubblica, come opera morale, e, anzi, pia (frutto di una nobile vendetta della "pietà filiale", la massima virtù, pei cinesi), o meglio, come riconosciuto capolavoro di arte narrativa, e classico della letteratura universale, se non di quella confuciana, come i secoli han decretato.
Può anzi darsi - ed è agevole intuirlo attraverso un esame obbiettivo dell'opera, e dedurlo dall'insuccesso del divieto - che la condanna del libro da parte dell'austero confucismo, divenuto credo dogmatico ufficiale della monarchia Sung, e, quindi, anche, motivo di carriera per l'alta burocrazia del regime dei "gentiluomini", discriminata - come atta al governo - per mezzo di esami imperiali di cultura, imperniati appunto sui canoni dei "classici confuciani", può, anzi, darsi che quella stessa condanna fosse determinata da mero istinto di conservazione del potere politico, anziché da intima convinzione della immoralità della denunzia, implicita nel libro, e artisticamente cosi convincente, di costumi pubblici e privati talmente riprovevoli, che saltavano agli occhi di ognuno; che gli stessi confuciani convinti dovevano riprovare per primi.
Ciò spiegherebbe la mancata efficacia del decreto, e suggerirebbe che l'anonimità sia stata mantenuta per atto volontario, dal solitario creatore di questo capolavoro narrativo, dopo aver riconosciuto l'invalidità, a proteggerlo da persecuzioni, del consueto espediente romantico cui aveva fatto ricorso: retrodatare, cioè, a un'epoca remota di quattro secoli (il cosiddetto "Regno Armonioso"), eventi e personaggi che dovevano apparir trasparenti a contemporanei.
Comunque stiano le cose, le licenziosità del mercante-usuraio non sono che episodio culminante di una realtà che, agli occhi di un artista profondo come l'anonimo correttore di costumi cinese, non poteva mai essere meramente individuale.
E le licenziosità di Hsi-Men sono finite, poco oltre la metà del libro, con la fine atroce, ma umanissima e consequenziale dell'ossessionato sessuale, travolto in autentiche pene infernali dalla sua stessa mania, senza bisogno che intervenga la mano soprannaturale di nessun "Convitato di pietra", a trascinarlo in un inferno mitologico, com'è nella leggenda occidentale.



Dall'introduzione "La legenda del 'Chin P'ing Mei'", di Arthur Waley

Quella che segue, rappezzata insieme da varie fonti, è la leggenda di come fu scritto il "Chin P'ing Mei".
Sulla metà del secolo XVI A.D., un semplice impiegato, a nome Wang Yü, si ritrovò ad essere proprietario di un dipinto importantissimo: "Rimontando il Fiume" di Chang Tse-Tuan della Dinastia Sung. Era importante non solo come opera d'arte, ma anche come documento storico, perché rappresentava gli splendori di K'ai-feng fu, la capitale settentrionale dei Sung, prima della sua distruzione nell'A.D. 1127, a opera dei Tartari. Il dipinto era bramato da un malvagio e tirannico funzionario, a nome Yen Sung, il quale fece ogni sforzo per impadronirsene. Per lungo tempo, Wang Yü tenne duro, ma essendo il malvagio Yen Sung divenuto alla fine onnipotente al Governo, fu in grado di minacciare Wang di completa rovina, sua e della famiglia, e alla fine Wang non ebbe altra alternativa che acconsentire.
Per far ammirare il proprio acquisto. Yen Sung dette un banchetto, al quale invitò il famoso statista e scrittore T'ang Shun-Chih. A gran maraviglia dell'invitante, il distinto ospite manifestò scarsissimo interesse per il dipinto, e, sollecitato di un parere, dichiarò che era una copia. Che una persona politicamente e letterariamente eminente potesse sbagliarsi, su un problema da conoscitore, era, date le idee del tempo, assolutamente da escludere. Da allora in poi l'unico pensiero di Yen Sung fu: come potersi vendicare di Wang Yü, il quale, ne era certo, doveva aver conservato per sé il dipinto originale, e spedito, in sua vece, una copia senza valore. Yen non dovette attendere a lungo il suo momento. Nel 1550, il capo dei Tartari, Amda, irruppe attraverso le fortificazioni della frontiera del Chihli, in un punto della cui efficienza Wang Yü era responsabile. Yen lo denunciò, e Wang Yü fu condannato a morte.
Questo, tuttavia, non fu che il principio della vendetta. Yen Sung mori nel 1568. Ma, nel frattempo, il figlio di Wang Yü, Wang Shih-Cheng, aveva cominciato a distinguersi come uomo di grande capacità letteraria e di carattere risoluto. Il suo unico rammarico fu che la morte di Yen Sung lo avesse privato della possibilità di vendicare direttamente la denuncia contro suo padre. Però, dato che il figlio di Yen Sung, esecrato nella leggenda cinese come campione di tradimento e di corruzione, era stato parzialmente responsabile del processo contro Wang Yü, fu contro di lui che venne ora indirizzata la vendetta della famiglia Wang. Son numerosi gli episodi del suo miracoloso scampare agli assassini che il "filiale" Wang Shih-Cheng aveva assoldato per vendicare la morte del padre. Ma Yen era fortemente ed accortamente protetto, come ne aveva, d'altronde, necessità, avendo non pochi nemici ereditari. Celebre, tra i mezzi di protezione di Yen, fu un pennello da scrivere, il quale, tenuto presso una lampada (quasi ad aggiustarne i peli) emetteva un proiettile letale.
Un giorno, ad una qualunque cerimonia pubblica. Yen Shih-Fan e Wang Shih-Cheng si ritrovarono insieme, spalla contro spalla. - State scrivendo qualcosa adesso? - chiese Yen per iniziare una conversazione. In realtà, non provava il minimo interesse per gli studi confuciani di Wang Shih-Cheng, ma era invece noto come avido lettore di romanzi erotici. Ad un tratto a Wang Shih venne in mente un progetto. Vicino a dove si trovavano, vi era un vaso metallico con dentro un rametto di prugno. - Si, - rispose. - Ho terminato or ora un romanzo intitolato "Chin P'ing Mei" (Fiore di Prugno del vaso d'oro) -. Wang Shih-Cheng tornò a casa e, messosi a riflettere su di un soggetto, trovò nel capitolo ventiduesimo del famoso romanzo "Shui Hu Chuan", un punto di partenza per il libro al quale ormai si era impegnato. Wang Shih-Cheng era un grande erudito confuciano, e, conseguentemente (stando alla credenza popolare cinese), non poteva esistere composizione letteraria della quale non fosse capace. In poche settimane, aveva scritto il "Chin P'ing Mei", un romanzo di 1600 pagine, tessendovi (nella rappresentazione di Hsi-Men Ch'ing, protagonista del libro) una spietata satira della vita privata del suo nemico Yen Shih-Fan. Che Hsi-Men Ch'ing stesse per Yen Shih-Pan, era un fatto che non poteva sfuggire a nessuno. Perché Hsi-Men significa Porta Occidentale, e il secondo nome di Shih-Fan era Tung-Lou, che significa Torre Orientale. In più (così asserisce la leggenda) il nome da piccolo di Shih-Fan, era Ch'ing.
Ma Wang Shih-Cheng non si contentò soltanto di offendere i sentimenti del suo nemico. All'angolo di ogni pagina, strofinò un chicco o due di veleno letale. La carta su cui eran scritti a quel tempo i libri cinesi era molto sottile. Le pagine andavan soggette a incollarsi insieme, e il lettore soleva umettarsi un dito, portandoselo alla bocca, per voltare rapidamente, senza strappare la pagina. Il libro giunse, con gli ossequi di Wang. Il veleno operò con lentezza sufficiente per permettere a Yen di leggere fino all'ultima pagina la storia della propria degradata esistenza. Poi, cadde morto.
Mentre Yen giaceva esposto sul catafalco, un misterioso forestiero, avvolto in un pesante mantello, giunse alla casa, dicendo che era stato un tempo amico intimo del defunto, e che desiderava vederne il cadavere prima che fosse suggellato. Fu fatto entrare, e lasciato solo nella stanza. Per qualche istante, un croscio di amari lamenti, sufficiente a convincere i familiari del genuino dolore del piagnone, giunse dalla stanza chiusa. Poi, a capo chino, ed avvolto nel suo grande mantello, il forestiero si affrettò a lasciare la casa. Quando, però, gli operai vennero a suggellare il feretro, trovarono che il cadavere era stato mutilato; il braccio destro era stato staccato e asportato. Il misterioso forestiero era, manco a dirlo, Wang Shih-Cheng, il quale, non pago di aver causato soltanto la morte del proprio nemico, riteneva di non aver compiuto il proprio dovere se non avesse aggiunto all'assassinio l'oltraggio finale della mutuazione.


Inizio

 

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