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Paola Caridi
Arabi invisibili
Feltrinelli
- Collana: Serie bianca / Saggistica
Pagine 176 - Formato 14x22 - Anno 2007 - ISBN 9788807171314
Argomenti: Saggistica, Attualita'
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Prezzo di vendita: € 14.00
Note: Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi - Contributi di 'Ala Al-Aswani
Caratteristiche:
brossura, copertina plastificata
Note di Copertina
Il rapporto tra mondo arabo e modernità è molto più complesso di come lo immaginiamo. Un libro seducente e arguto.
E' probabile che George W. Bush non abbia mai bevuto una limonata alla menta. E' probabile, dunque, che Bush così come la maggior parte di chi decide delle sorti del Medio Oriente e del Nord Africa non sia mai entrato attraverso la grande porta della cultura araba. Eppure quella che è una delle bevande tradizionali del mondo arabo è il sunto di una civiltà – a noi legata da intrecci invisibili lanciati lungo il Mediterraneo – che ha nel suo Dna raffinatezze e profondità dimenticate dall’Occidente.
Il mondo arabo continua anche oggi a vivere, oltre il velo dei nostri pregiudizi. In una fascia cangiante che va da Casablanca a Ryiadh si muovono milioni di arabi invisibili, schiacciati dal peso di uno stereotipo ormai imperante in Occidente, per il quale tutti coloro che hanno un passaporto mediorientale o nordafricano sono potenziali terroristi, kamikaze, seguaci di Osama bin Laden.
Il catalogo odierno degli arabi invisibili, invece, è lungo, variegato, sorprendente. Ne fanno parte ragazzi che usano Internet, professionisti educati nelle nostre università, cineasti e fior di scrittori. Se la lista degli arabi che non conosciamo fosse solo questa, però, saremmo al semplice elenco di quelli bravi, buoni e simpatici. Bisogna, invece, superare il muro, e osservare quella lunga teoria di uomini e donne a cui l’Occidente non riconosce volto e fattezze: quelli che si fanno in quattro per mandare i figli a scuola, che inondano la regione delle rimesse del loro lavoro, che fanno cultura tra le maglie della censura e opposizione tra le costrizioni dei regimi.
L’homo arabicus del Terzo Millennio compare, così, in tutta la sua complessità. I seguaci dell’islam politico – ormai la maggioranza degli elettori – chiedono democrazia e diritti civili, appoggiati dai settori laici e liberali. Le femministe più preparate indossano il velo, mentre la cultura pop dei videoclip e dei film incide sui cambiamenti sociali. I nuovi imprenditori non sono più gli sceicchi del petrolio, ma governano telefonini e tv. Finita, dunque, l’era delle odalische, dei beduini, quello che si apre a un occhio attento è un mondo ricco, alla ricerca di un nuovo rinascimento considerato imperativo. Che rifiuta con stizza lezioni di democrazia e civiltà dall’Occidente.
Indice - Sommario
Prefazione. Imprigionato dallo stereotipo (di 'Ala al-Aswani)
Introduzione. Bush non ha mai bevuto una limonata alla menta
1. Non solo velo
2. I supereroi della mezzaluna
3. I figli virtuali di Al Jazeera
4. Gli svizzeri del Medio Atlante
5. Il periplo di ustaz Jibril
6. Il dottor Abdel Moneim, l'ex ragazzo
Conclusioni. La lingua perduta del mare di mezzo
Ringraziamenti, shukran
Prefazione / Introduzione
Prefazione. Imprigionato dallo stereotipo (di 'Ala al-Aswani)
Mi sono accorto molto presto, nella mia vita di egiziano e di scrittore, degli stereotipi sugli arabi che albergano nell’Occidente. Li ho incontrati molto prima che l’11 settembre consolidasse concezioni dell’altro che esistevano in precedenza, e che l’attentato alle Torri Gemelle ha solo avuto il potere di far emergere dai nascondigli in cui si trovavano, celati da una sorta di autocensura che consentiva alle persone, prima di confermare l’immagine che avevano di noi, almeno di porsi delle domande e di cercare di capire.
Con gli stereotipi ho dovuto fare i conti già durante la mia esperienza americana, molto tempo fa, quando sono andato a vivere per la mia specializzazione medica in una grande città come Chicago, e a studiare in un ateneo prestigioso come l’Università dell’Illinois. Ho scoperto allora che di me, come egiziano, nessuno conosceva nulla, se non le piramidi. Né della mia cultura araba si sapeva qualcosa, se non che andavamo sul cammello. Raramente, allora, nei corridoi universitari, si riusciva a distinguere fra l’Iran e l’India. Lo stereotipo, dall’altra parte dell’Atlantico, era il frutto di un’ignoranza quasi totale, e di quello che di sbagliato c’era, nei media americani, nel trasmettere l’immagine dell’altro.
In Europa no, non esiste un’assoluta mancanza di conoscenza. Esiste piuttosto uno stereotipo fisso e immutabile. La differenza tra l’immagine degli arabi in America e quella in Europa si è, ancora una volta, mostrata ai miei occhi attraverso una delle tappe “occidentali” della mia vita, quando ho deciso di andare in Spagna per perfezionare la lingua. Se a Chicago ero andato da medico, a Madrid avevo scelto di andare da scrittore, per conoscere meglio la letteratura spagnola. Nella mia classe, c’erano persone provenienti da tutto il Vecchio Continente, una congerie di europei istruiti, ognuno con le proprie curiosità e differenze.
È allora che mi sono accorto, per la prima volta, che lo stereotipo – di qualsiasi tipo – può essere estremamente comodo, perché permette all’individuo di avere una concezione del mondo già precostituita, di avere già una posizione marcata, senza essere obbligato a pensare, e dunque a sistematizzare l’immagine dell’altro. Mi sono accorto, soprattutto, della grande mistificazione che è alla base dello stereotipo, che racconta l’altro senza umanizzarlo, anzi, dimenticando che l’altro è un essere umano.
Nel mio corso di spagnolo, a Madrid, chiesero a ciascuno di noi di presentare un argomento riguardante la cultura del proprio paese, e io decisi di parlare del matrimonio nell’islam. Spiegandolo in termini occidentali, il contratto matrimoniale, nella religione musulmana, ha il valore di un contratto civile e vi si può inserire qualsiasi condizione voglia uno dei due contraenti. Avevo fatto degli esempi, per far comprendere meglio cosa significassero le “condizioni”, scegliendone alcuni che riguardavano la sposa: la futura moglie poteva far scrivere sul contratto che solo lei avrebbe potuto divorziare; oppure imporre che al marito non fosse permesso di sposare un’altra donna. C’era una ragazza, francese, studentessa di legge, che si alzò in piedi per dire, a me, che avevo sbagliato, perché – affermò – per l’islam un uomo deve per forza sposare quattro donne: noi trattiamo le donne come animali, ed è per questo che i musulmani devono sposarne quattro. Ero scioccato, non riuscivo a capire come si potesse trasformare in farsa la mia religione, la mia concezione della vita, la mia cultura, affermando peraltro concetti falsi.
Ci ho ripensato molto, negli anni successivi, a quell’episodio, per cercare di comprendere cos’era avvenuto nella testa di quella studentessa. Ho compreso, con il tempo, che quando abbiamo nel nostro bagaglio degli stereotipi, è tutto molto più comodo. Se affermo che “gli arabi non rispettano le donne”, parlo di uno stereotipo, e posso reagire nei confronti di qualsiasi arabo senza considerarlo come un essere umano, bensì come un titolo. Abbandonare gli stereotipi, al contrario, può essere molto doloroso, duro, difficile perché in questo modo si modera e si altera l’intera concezione del mondo degli altri.
Poi, è arrivato l’11 settembre, e quello che era nascosto tra le pieghe della mente è apparso in superficie. Con la fine dell’autocensura mi sono scontrato, ancora una volta, durante uno dei miei viaggi in Occidente, luogo che frequento spesso e con piacere anche perché ho in me un elemento di occidentalità molto profondo. Sono stato educato al Lycée Française a downtown, nel centro del Cairo, a poca distanza da Palazzo Yacoubian. Provengo da una famiglia egiziana e francofona: lo era mio padre, lo è mia moglie, lo sono anche i miei tre figli. Ero stato invitato in Svizzera, a Lavigny, per un seminario a porte chiuse per scrittori affermati, una sorta di clausura, di totale isolamento in cui si viveva insieme, si mangiava insieme, si guardava la tv insieme, e si scriveva. Fui sottoposto per settimane allo sgradevole fuoco di fila delle domande di una scrittrice austriaca, che si rivelò decisamente antiaraba. A cena, una volta, mi chiese “perché voi musulmani uccidete la gente, in Iraq, davanti alla tv, visto che la vostra religione non ammette la televisione?”. Cercai di rispondere, in maniera pacata e con argomenti di buonsenso, prima di tutto dichiarando che non avevo mai ammazzato nessuno, e poi spiegando che se un cristiano uccide, questo non significa che il cristianesimo consenta di togliere la vita a un altro essere umano. Infine, ed eravamo già nell’epoca di Al Jazeera e dei network televisivi sauditi che entrano in tutte le case degli arabi, dovetti anche spiegare che l’islam non è contro la tv. Fui subissato da stereotipi, come quando la mia collega austriaca mi fece notare, mentre seguivamo un telegiornale, che della delegazione kuwaitiana di cui si parlava nel servizio facevano parte solo due donne, e ben dieci uomini: quella delegazione, disse, è la rappresentazione del modo in cui voi trattate le donne: come esseri inferiori. Mi stavo accingendo a spiegarle che non avevo avuto voce in capitolo nella composizione della delegazione kuwaitiana, per la semplice ragione che non ero kuwaitiano, che ero egiziano, e il mondo arabo è grande e variegato, quando sullo schermo comparve la delegazione di un paese europeo, composta unicamente di uomini. Tentai pazientemente di spiegarle una cosa tautologica: non bisogna saltare subito alle conclusioni quando si ha di fronte a sé solo un fotogramma degli altri. [...]