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Storia dell'architettura italiana - Il secondo Novecento
Electa
- Collana: Storia dell'architettura italiana / Architettura
Pagine 520 - Formato 22x28 - Anno 1997 - ISBN 9788843548958
Argomenti: Architettura, Storia dell'arte
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi
Prezzo di copertina € 100.00
Promozione fino al 30/9/2010 - Prezzo: € 85.00
Sconto promozionale 15.00% - Risparmio € 15.00
Note: Collana diretta da Francesco Dal Co - A cura di Francesco Dal Co - 398 illustrazioni in nero, 114 a colori
Caratteristiche:
rilegato, illustrato a colori, in cofanetto, con sovraccoperta, opera in più volumi

Note di Copertina
Inaugura questa nuova grande impresa editoriale il volume sulla storia degli ultimi cinquant'anni di architettura italiana. I saggi trattano temi centrali del recente dibattito architettonico - le esperienze urbanistiche, l'evoluzione dell'idea di progetto, le tecniche costruttive, le figure professionali, il restauro - e prendono in esame le vicende culturali riconducendole ad aree territoriali omogenee. Gli indici ragionati posti alla fine del volume raccolgono e ordinano la letteratura critica, i documenti, gli episodi salienti, dotando il lettore di un ulteriore prezioso materiale di consultazione.

Indice - Sommario
La ricostruzione. Introduzione alla storia dell'architettura italiana del secondo Novecento, di Francesco Dal Co
AMBIENTI, CITTÀ, REGIONI, PROTAGONISTI
- Milano, di Fulvio Irace
- Venezia, di Amedeo Belluzzi
- Torino, di Paolo Scrivano
- Genova, Paolo Cevini
- Toscana, Emilia, Romagna, Marche, di Federaci Bellini
- Roma, Napoli, la Sicilia, di Claudia Conforti
PROGETTI, TEORIE, ESPERIENZE, PROBLEMI
- La "teoresi" del progetto e il ruolo dei maestri, di Massimo Canzian
- La costruzione, di Sergio Poretti
- La professione dell'architetto. Tra specialismo e generalismo, di Guido Zucconi
- Piano e città nell'esperienza urbanistica, di Paolo Avarello
- Leggi e istituzioni, di Edoardo Salzano
- Il restauro architettonico. Mentalità, ideologie, pratiche, di Paolo Morello
- La museografia. Opere e modelli storiografici, di Paolo Morello
- L'arte dell'allestimento temporaneo. Mostrarlo italiano, di Sergio Polano
- Le riviste di architettura. Costruire con le parole, di Marco Mulazzani
- Saggio fotografico. Sezioni del paesaggio italiano, di Gabriele Basilico
- Note per un atlante del kitsch, di Stefano Boeri
Apparati
- Tavole sinottiche, a cura di Martina Carraio e Pier Paolo Rinaldi
- Bibliografia, a cura di Martina Carraro
- Indice dei nomi

Prefazione / Introduzione
Da "La ricostruzione. Introduzione alla storia dell'architettura italiana del secondo Novecento", di Francesco Dal Co
Il 19 luglio e i primi di novembre dell'anno 1966: uno storico che, tra cent'anni, decidesse di occuparsi dell'architettura italiana del Novecento, potrebbe ritenere questa la data più appropriata per iniziare a trattare gli avvenimenti della seconda metà del secolo in questione. Sarebbe una decisione discutibile, come tutte quelle che gli storici possono prendere, ma non perciò priva di ragioni.
Il 19 luglio del 1966 una enorme frana travolge centinaia di edifici costruiti abusivamente sul versante nord della collina di Girgenti a Agrigento. A novembre, le acque dell'Arno in piena sommergono il centro storico di Firenze; negli stessi giorni, cedono le secolari difese dal mare di Venezia e la città subisce un'alluvione altrettanto disastrosa di quella che mette in ginocchio Firenze. Lo storico che avrà tra i suoi lettori i nostri nipoti, considerando le date e la portata di tali catastrofi, si troverà di fronte a un bivio. Verrà tentato dalla soluzione più semplice, trovando buone giustificazioni per concludere con Joseph-Arthur Gobineau che "tutte le società umane hanno il loro declino e la loro caduta: tutte". Se saprà però dominare le emozioni, continuerà le ricerche e non smetterà di porsi domande. Ciò facendo, gli potrà capitare di leggere le considerazioni che un urbanista coraggioso riportava, dopo il disastro di Agrigento, nella relazione che la commissione ministeriale di inchiesta appositamente istituita consegnò al ministro dei lavori pubblici dell'epoca, Giacomo Mancini. Le conclusioni del documento, molto probabilmente, lo colpiranno: "Gli uomini in Agrigento hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l'aspetto sociale, civile, umano". Così si esprimeva nella "relazione Martuscelli", resa pubblica nell'autunno del 1966, Giovanni Astengo, come ricorda in questo libro Edoardo Salzano. Anche il nostro storico ne resterà impressionato e avvertirà forse il dovere di interessarsi della figura di Astengo, di capirne meglio la personalità e di conoscerne le opere. Così facendo, avrà modo di comprendere come questo urbanista valoroso - progettista di uno dei più colti e civili quartieri per famiglie a basso reddito realizzati in Italia nel dopoguerra, l'Ina-Casa Falchera a Torino (1950, con altri), l'uomo che dal 1949 aveva fatto di "Urbanistica" la migliore rivista specializzata dell'epoca, l'autore del piano regolatore di Assisi (1955), un modello per i tempi, l'animatore dell'Istituto Nazionale di Urbanistica e l'estensore con Giuseppe Samonà del "codice dell'urbanistica" (1960) - esprimesse con quelle parole un'indignazione che, senza retorica, suonava come un atto d'accusa rivolto a un'intera generazione. Furono davvero "gli uomini", non "il potere" né "i politici", non "gli amministratori corrotti" né "i siciliani", i responsabili della frana di Agrigento e dello scempio di uno dei siti archeologici più preziosi in Italia, la valle dei Templi, sotto la collina di Girgenti. Gli italiani, incapaci di darsi una vera democrazia, adeguate rappresentanze politiche, leggi efficaci, solide istituzioni. La generazione che aveva tradito le speranze nutrite per un breve periodo dalla parte migliore del paese, alla fine della guerra, e che aveva dimenticato le attese alimentate dagli anni della ricostruzione. Amaramente concluderà lo storico del futuro, questa fu la diagnosi difficilmente confutabile che la "commissione Maruscelli" aveva stilato.
Proseguendo nel suo lavoro, costui non mancherà però di notare come le parole di Astengo non fossero rimaste solitarie e inascoltate espressioni di sdegno. L'indignazione era resa ancor più acre dal fatto che, nella sua asprezza, si rifletteva la presa di coscienza del fallimentare bilancio della cultura urbanistico-progettuale italiana; di ciò, l'architetto e urbanista torinese che ne era stato un protagonista, aveva dovuto prendere atto dopo vent'anni di battaglie, polemiche, confronti e di impegno riformatore. Le ragioni e i toni di tale sdegno produssero un'eco che si andò propagando con crescente energia, finendo per mescolarsi con gli scricchiolii e i rumori provenienti dalla pereclitante struttura che la ricostruzione aveva edificato per la società italiana. Non sarà allora difficile, per il nostro storico, cogliere il fatto che una nutrita serie di sintomi si era manifestata (prima impercettibilmente e poi in maniera sempre più evidente) in aree particolarmente sensibili della società, in alcune grandi fabbriche, in qualche università e anche in talune facoltà di architettura, tra i ceti più giovani, in settori non marginali dell'opinione pubblica. Né sarà per lui difficile accorgersi che un intreccio di fili collegava lo stato di fatto denunciato dalla "relazione Maruscelli" con i sommovimenti sociali che, dal 1968, imposero nei modi più diversi radicali trasformazioni alla nazione. Una conferma di un certo rilievo delle sue supposizioni la troverà nei titoli dei giornali del 20 novembre 1969, ove leggerà cronache e commenti riferiti al giorno precedente, allorché uno "sciopero generale per la casa" aveva paralizzato l'intero paese. Erano trascorsi ventiquattro anni dalla fine della guerra; per ventiquattro anni, il "problema della casa", con tutti i corollari politici, urbanistici, istituzionali che comportava, era stato il perno dell'epoca della ricostruzione (come dimostrano i diversi saggi raccolti in questo volume). Dopo ventiquattro anni, ancora una volta l'irrisolto "problema della casa" - espressione che ora suonava sinonimo di ogni fallimento e disinganno - apriva una drammatica stagione di scontri sociali.
Nel 1969, paradossalmente, "finiva", se così potesse esprimersi chi si occupa di storia, la ricostruzione. Negli anni che seguirono, in Italia mutarono costumi e mentalità; nel processo di trasformazione rimasero impigliate le istituzioni; iniziò la lunga agonia del ceto politico dominante dal primo dopoguerra, deciso ad ingaggiare una strenua lotta per la sopravvivenza che, nei due successivi decenni, comportò costi pesanti e di ogni genere per la nazione. Era amaro e difficile ammetterlo; difatti, nessuno l'ammise, noteranno i nostri nipoti. Al di là della retorica che ne aveva accompagnata l'"epopea", oltre i richiami ai buoni sentimenti della letteratura del tempo, al di là degli straordinari film di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, oltre alle conquiste che (nel campo dell'architettura) Mario Ridolfi, Bruno Zevi, Ludovico Quaroni, Ignazio Gardella, Franco Albini, Piero Bottoni, Giuseppe Samonà, Luigi Piccinato e con loro tanti e tanti giovani potevano vantare, nella "relazione Martuscelli" si poteva leggere il crudo bilancio della ricostruzione.
Un anno prima di quel fatidico 1966, un giovane storico della letteratura italiana, Alberto Asor Rosa, aveva dato alle stampe un volume intitolato "Scrittori e popolo". In epigrafe, noteranno i più attenti tra gli studiosi del nostro Novecento, compariva un passo di Umberto Saba: "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che inizia una rivoluzione". A proposito del tema che ci interessa, il libro di Asor Rosa conteneva una lucida interpretazione del ruolo svolto dalla cultura italiana contemporanea e apriva nuove prospettive non solo alla critica letteraria: ciò che la ricostruzione aveva fatto era di rimanere fedele a quella "leggenda" fratricida. Nel corso di ventiquattro anni, erano stati eliminati molti "fratelli" ma non era stato commesso nessun "parricidio". La cultura architettonica italiana era entrata nella - e ancor più: aveva aderito alla - ricostruzione postbellica, forte dell'unico valore che poteva vantare: la continuità della propria tradizione e, alla fine, la fedeltà alla memoria dei propri padri (anche da questo punto di vista è utile leggere le polemiche pagine che Paolo Marconi ha scritto per questo libro).
I disastri di Agrigento, di Firenze e Venezia ricondussero indietro il tempo. Le bellezze più care, che infinite devastazioni non avevano ancora intaccato, erano state sottoposte al saccheggio di catastrofi colpose. Rari fiori sbocciati su terreni devastati non avevano avuto altro effetto se non di evidenziarne la desolazione. Non fu il rumore assordante delle mine tedesche quello che si udì provenire dagli schermi televisivi che diffondevano in diretta le cupe e silenziose immagini di piazza della Signoria, invasa dalle acque nel novembre del 1966; ma i sentimenti che ciascuno provò nel vedere il Crocefisso di Cimabue e i libri della Biblioteca Nazionale estratti dal fango, furono simili a quelli suscitati dalle fotografie dei Lungarni sventrati dalle mine del 1944. Riportando improvvisamente indietro le lancette del suo orologio, il tempo - dirà lo storico del futuro - si incaricò di svelare agli italiani che l'epoca delle grandi speranze non aveva mantenuto le promesse.