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Julio Cortazar
Del racconto e dintorni
Guanda
- Collana: Biblioteca della Fenice
Pagine 202 - Formato 12x20 - Anno 2009 - ISBN 9788860880390
Argomenti: Letteratura latino-americana, Critica e storia letteraria
Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi
Prezzo di vendita: € 17.00
Note: Traduzione e cura di Bruno Arpaia
Caratteristiche:
brossura
Note di Copertina
Convinto da sempre che le etichette e i generi letterari fossero sull'orlo di «una strepitosa bancarotta», Julio Cortázar non si limitò a scrivere racconti fuori dall'ordinario, romanzi ibridi e non lineari o libri in cui mescolava saggi, poesie, racconti, citazioni e frammenti biografici secondo personalissimi orditi. Fin dagli esordi, per lo scrittore argentino raccontare e teorizzare sullo strumento espressivo costituivano il dritto e il rovescio di una stessa operazione. Perciò i suoi saggi sono spesso, in fondo, racconti su come nasce un racconto, su come lo si scrive e sul modo in cui se ne esce: «Come da un atto d'amore, esausti ed estranei al mondo circostante, al quale si torna a poco a poco con uno sguardo di sorpresa, di lento riconoscimento, molte volte di sollievo e tante altre di rassegnazione». Ma sono anche saggi in cui il Gran Cronopio prende parte alle vicende del suo tempo, si schiera, risponde a modo suo alle domande sulla responsabilità dello scrittore, sul rapporto tra intellettuali e politica, non piegandosi mai ai commissari politici dell'impegno che, negli anni Sessanta e Settanta, esigevano dagli artisti l'adesione a facili slogan ideologici. Fare politica, per lui, non fu mai in contrasto con il senso dello humour e con le frequenti visite nel regno del fantastico. Forse è anche per questo che continueremo ancora per molto tempo a leggere i romanzi, i saggi e i racconti di quello scrittore esageratamente alto, dalle mani grandi come pale di mulino, gli occhi enormi e stupiti, la faccia da bambino perverso, capace di mettersi sempre completamente in discussione, con un coraggio e un gusto della sfida che il nostro tempo così avaro e cinico ha ormai archiviato nelle soffitte polverose della storia.
Un brano
"Quando scrivo un racconto cerco istintivamente di fare in modo che mi sia estraneo in quanto demiurgo, che prenda a vivere una vita indipendente e che il lettore abbia, o possa avere, la sensazione che in certo qual modo stia leggendo un qualcosa nato da sé, in sé e addirittura per sé, in ogni caso con la mediazione, ma mai con la presenza manifesta, del demiurgo. Ricordo che mi hanno sempre irritato i racconti in cui i personaggi devono rimanere ai margini, mentre il narratore spiega per loro conto (sebbene questo «conto» sia la semplice spiegazione e non implichi interferenza demiurgica) dettagli o passaggi da una situazione all'altra. Il segno di un grande racconto me lo offre ciò che potremmo chiamare la sua autarchia, il fatto che si sia separato dall'autore come una bolla di sapone da una cannuccia."